Non è facile cogliere normalmente i mille aspetti caratteriali di una donna, quando poi la stessa scrive, dipinge, insegna e canta sembra che ogni risposta sfugga a qualunque tentativo di sintesi giornalistica. Paola Fontana, frusinate di nascita ma cittadina di ogni luogo che conosca le sue arti, si racconta ai lettori di Ciociaria Oggi.

Cominciamo dalla pittura…
«Il mio primo amore è stato il disegno, mi piaceva tantissimo ma, come recita un aforisma di Pablo Picasso, "a quattordici anni disegnavo come Raffaello, poi ho impiegato tutta la vita per imparare a dipingere come un bambino». Ho cercato, in pratica, di destrutturare la capacità armoniosa delle forme, delle linee e dei punti a favore del libero fluire delle sensazioni, degli umori, dei pensieri più intimi. Non disdegno il semifigurativo ma solo con l'astratto riesco a stendere sulla tela il colore delle mie emozioni. Tecnicamente mi piace l'action painting, la pittura gestuale che, utilizzando tinte vivaci, predilige il dripping e il pouring, i gocciolamenti di colore. Un'attività che mi piace molto, in questo ambito, è il live painting, cioè la pittura dal vivo. Spesso adotto il live painting nei corsi formativi dell'infanzia…».

Ecco un'altra attività della sua vita lavorativa…
«Sì, faccio formazione per la scuola dell'infanzia ma la mia attenzione è rivolta soprattutto ai docenti. Interessando loro, infatti, riesco a diffondere a un numero maggiore di bambini le mie idee in materia. Il mio approccio combina l'esigenza montessoriana dell'autonomia del fanciullo con l'esaltazione del legame steineriano tra il mondo fisico e quello spirituale. In realtà ho scritto anche tanti manuali didattici e ho formulato un mio metodo pedagogico, quello delle "3 A":"attenzione", perché senza la necessaria dedizione è impossibile entrare nel mondo dei bambini; "affettività", perché se non trasmettiamo loro i nostri sentimenti non saranno a loro volta in grado di manifestarne; "arte", perché è lo strumento più immediato per solleticare la loro fantasia. Per sviluppare ulteriormente la fantasia dei bambini, allego spesso ai manuali un cd musicale con canzoncine…».

Un'altra linea di produzione "Paola Fontana": il canto. Parliamone…
«In questa attività molto ha giocato il caso: non ancora quattordicenne ho dovuto sostituire la cantante della band di mio fratello, batterista. Da lì non ho più smesso di cantare, da corista per Nico Fidenco, I cugini di campagna ed Edoardo Vianello a stagista della scuola di Mogol. Poi mi sono dedicata alla mia musica, nella quale poter essere protagonista come cantante solista o come compositrice. Per quanto riguarda la nostra Ciociaria ricordo, tra le tante, la recente e produttiva collaborazione con i Musicisti del Basso Lazio».

Ovviamente anche qui non si è accontentata della mera esecuzione…
«Infatti. Ho cominciato a scrivere canzoncine per bambini, continuando però a esibirmi in concerti e spettacoli come cantautrice».

Dove trova la forza per fare tutte queste cose?
«Nel mio amore: San Francesco. Le sembrerà strano ma il rapporto con la sua figura mi dà tanta carica. In fondo i suoi insegnamenti sono tuttora validi e cerco di attualizzarli e di applicarli in ogni cosa che faccio. Del resto il "Cantico delle creature" è una canzone che esprime tutto l'amore del santo per la natura e per la semplicità, scevro da fanatismi politici e religiosi. San Francesco era felice con poco, aveva eliminato tutte le sovrastrutture della vita tornando bambino, e una delle cose più belle che ci ha tramandato è l'ascolto, l'ascolto dell'altro come atto d'amore, senza prevenzioni e opportunismi».

Perché l'ascolto è un atto d'amore, secondo lei?
«Come ci insegna San Francesco, solamente quando uno sta bene con se stesso – e ricordo che lui amava anche la solitudine – è libero di ascoltare l'altro, donando la sua attenzione senza la previsione di un ritorno. Aggiungo che la vita frenetica che conduciamo, spesso condizionata da ansia da prestazione e da tecnologia comunicazionale iperavanzata, non favorisce certo l'ascolto sociale, piuttosto favorisce l'urlo inascoltato...».

Come fa a conciliare tutte le sue attività, e non le ha dette tutte, con l'essere moglie e madre di quattro figli?
«Avrei mai potuto scrivere decine di libri sulla didattica dell'infanzia senza aver mai testato le mie convinzioni pedagogiche sui miei figli? E poi, il fine ultimo di ogni uomo, e quindi anche di ogni marito, dovrebbe essere sempre il ritorno alla semplicità fanciullesca. E qui il ciclo si chiude…».

Ha un sogno nel cassetto?
«Il mio sogno è continuare a vivere di sogni e realizzarli, vivendo sempre un po' scollata dalla realtà, magica, e continuando ad amare». "Sibilla Azzurra", questo lo pseudonimo artistico mutuato da un personaggio fantastico dei suoi racconti, si congeda così, semplicemente, lasciandoci a riflettere sul messaggio di San Francesco e su un altro aforisma di Picasso: "L'artista è un bambino sopravvissuto".