In una fotografia in bianco e nero, che ha ormai più di venti anni, si vede Gianni Berengo Gardin in posa, soddisfatto, sui gradini che salgono verso l'imponente Porta Maggiore dell'Acropoli di Alatri. È lì, con la macchina fotografica tra le mani e un gilet smanicato dallo stile un po' coloniale, distolto per un secondo dal suo obiettivo da chi più in basso gli chiedeva uno sguardo. E c'è in questa immagine un gusto inedito ma forse antico per la scoperta, lo stesso che viene trasmesso da quella famosa foto di Schliemann seduto ai piedi della maestosa Porta dei Leoni di Micene. Il parallelo non appare azzardato: non solo considerando la fama di entrambi gli uomini, ma soprattutto per il fatto che il loro agire non sembra poi così lontano nei fini.

La fotografia, per come Berengo Gardin l'ha intesa in quasi settant'anni di attività, è essenzialmente attività euristica, ancor più disvelatrice. Già nel 1969, quando in quel famoso reportage intitolato "Morire di classe", il nostro, insieme a Carla Cerati, fotografò l'amara e ignorata condizione dei manicomi in quella giovane Italia repubblicana – dando una sensibile spinta all'approvazione della legge Basaglia (1978) – fin al più recente lavoro del 2013 sulla spericolata presenza delle grandi navi da crociera nella laguna di Venezia – che molto lo fece discutere e polemizzare con le autorità comunali – egli ha inteso la sua attività prima che come una forma di arte come una forma di comunicazione, un modo unico e diretto per trasmettere un messaggio, raccontare una storia perfino.

La bontà di una foto – proprio così, la sua bontà – non si misura in ragione della perfezione estetica, quanto piuttosto sulla capacità di questa di dire qualcosa a chi guarda. E anzi, afferma Berengo Gardin riprendendo un insegnamento che gli diede molti anni fa uno dei suoi maestri, Ugo Mulas, per sottolineare il valore di una fotografia si deve dire che è una "buona foto" e non che è una "bella foto": «Belle sono fotografie esteticamente perfette, ben composte, che però non dicono niente. Una buona fotografia racconta e dice delle cose, comunica qualcosa. Anche la bella fotografia comunica, ma comunica cose inutili».

La fotografia è allora strumento dell'impegno civile prima che dell'arte – andrebbe poi capito se tra le due cose ci sia differenza – e in quel fermo immagine, reso quasi sempre in bianco e nero dal nostro autore, c'è il senso di un movimento che vuole suscitare, far intuire, ispirare, far riflettere, toccare, modellare la coscienza di chi guarda. La fotografia come espressione di potenza,come fendente che arriva dritto ai sentimenti di ognuno.

Per questo Berengo Gardin conserva il culto del fotografare come attività del pensiero, espressione di un raziocinio e dunque creazione lenta, rallentata. Vi è una disarmonia tra la fotografia e l'accelerazione che governa la nostra epoca, perché per fermare il tempo in uno scatto ci vuole non solo prontezza, ma l'intuito di chi ha osservato, di chi si è immerso nell'atmosfera della realtà che vuole rappresentare, di chi ha sperimentato il sapore di un luogo, della sua gente, del genio profondo di ciò che ha davanti.

È questo l'uomo che arrivò ad Alatri nel 2000, sollecitato dal suo amico Antonio Rossi (notevole fotografo anche lui, oltre che appassionato studioso della cultura fotografica), il quale in quei giorni fece da guida a Berengo Gardin per realizzare un reportage sui famosi riti della Settimana Santa e sulla festa patronale di San Sisto, con il placet dell'allora sindaco Patrizio Cittadini. Il maestro restò in città per più di una settima na, visitando tutti i luoghi suggestivi del centro e realizzando centinaia di scatti.

In particolare, racconta Rossi, egli rimase molto impressionato dalle possenti mura ciclopiche di cui molto gli aveva parlato il suo fraterno amico Cesare Zavattini, che proprio ad Alatri aveva studiato tra il 1918 e il 1921, e con il quale aveva collaborato per realizzare "Un paese vent'anni dopo" (1973), reportage da Luzzara, luogo natale dello stesso Zavattini. Di quei numerosissimi scatti Berengo Gardin scelse sessantacinque foto, usate poi per realizzare il libro "Venerdì Santo – San Sisto. Sei giorni nella città dei Ciclopi", presentato nel dicembre 2000.

Ecco, proprio quelle immagini sono di nuovo esposte ad Alatri dal 4 maggio (nel palazzo Conti Gentili), in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria a Gianni Berengo Gardin da parte dell'amministrazione di Maurizio Cianfrocca. Una bella occasione per guardare a quel vulcanico e mai sopito senso di appartenenza che riempie Alatri nei giorni delle festività pasquali attraverso l'obiettivo di uno dei più importanti fotoreporter italiani nel panorama mondiale, da oggi alatrense anche lui!