Serena doveva essere messa a tacere e doveva essere screditata. Sapeva qualcosa che dava fastidio e non poteva essere lasciata in vita dopo l'aggressione. Ecco perché l'assassino le ha tappato la bocca con lo scotch (che ha provocato la morte) e l'ha gettata come un rifiuto in un posto frequentato da tossici e prostitute. Altamente contaminato. La ricostruzione, cruda e molto nitida, è quella della professoressa Roberta Bruzzone, criminologa di fama internazionale, consulente della difesa di Federica Nardoni per Armida Mollicone, sorella di Guglielmo. Serena, dettagliano in aula Roberta Bruzzone e il medico legale Luisa Regimenti consulente sempre dell'avvocato Nardoni non muore per l'edema cerebrale dopo il forte colpo alla testa. Ma per asfissia.
Dopo una lunga agonia.

«Perché metterle il bavaglio dopo ore? Perché non moriva. E si doveva accelerare il processo» afferma in aula la criminologa. Convinta del fatto che la presenza di pochissime tracce sia già di per sé la firma dell'assassino. Anzi degli assassini: per la professoressa Bruzzone la volontà omicidiaria avrebbe coinvolto due soggetti distinti. «Una regia molto precisa.
Anche le mani dietro al corpo e non legate davanti, per paura che si riprendesse. Cosa ha portato il soggetto a "impacchettare" così una ragazza di 18anni? La volontà di metterla a tacere. A tal punto da agire con una crudeltà spaventosa per poi gettarla come un rifiuto.
Io separo chi ha dato la botta in testa da chi ha realizzato la collocazione successiva: lucido, non empatico, preciso e ossessivo.

Chi l'ha fatto - ha sottolineato Roberta Bruzzone - denota uno schema comportamentale preciso: una personalità organizzata e consapevole del controllo.
E un soggetto con queste caratteristiche difficilmente arriverebbe a dare una spinta d'impeto, ad esempio contro la porta. Una volontà omicidiaria composta da due soggetti: uno caratterizzato dall'impeto, l'altro organizzato. Un delitto in due fasi, la seconda con una precisa attività omicidiaria».

La criminologa esclude aggressioni a scopo sessuale.
E aggiunge: «Non ci sono tracce di trascinamento sugli indumenti: quindi il corpo è stato sollevato. Il nostro offender vuole che lo stesso venga ritrovato a pochi chilometri dall'abitato. Vicino al bar dove Serena viene vista: una scelta specifica pure quella di far trovare il corpo lì». Anche per la criminologa, così come per il medico legale Regimenti, la morte è legata all'asfissia e non già al colpo. «Le lesioni al cranio non sono mortali - spiega il medico legale Regimenti -. Presente un edema polmonare: un'agonia di almeno quattro o cinque ore.
La ragazza non è morta per il trauma cranico ma perché non è stata soccorsa. Se trasferita in ospedale, poteva avere una terapia di 40 o 60 giorni. Ma poteva vivere». «L'edema cerebrale si sarebbe potuto allargare fino alla morte, certo, ma in questo caso il decesso è avvenuto per asfissia» afferma senza esitazione Regimenti.

Microframmenti sotto la lente
«Un aspetto non considerato finora nel giallo sulla morte di Serena è quello dinamico dei fatti» continua Bruzzone. «Serena ha subito l'aggressione iniziale quando si trovava davanti a quella porta, a una distanza ridotta e da una persona più alta. I microframmenti generati dall'impatto permettono di andare oltre la compatibilità - continua la criminologa -. L'energia del corpo si è sviluppata esaurendosi in profondità: non è stato come uno schiaffo sulla porta ma tridimensionale.
Questo impatto ha prodotto dei microframmenti, di tutti gli strati della porta, alcuni dei quali finiti nell'ambiente e alcuni sulla testa di Serena: chi ha maneggiato il suo corpo non si è reso conto della loro presenza».
Sarebbero proprio i microframmenti dunque per la criminologa a porre Serena davanti a quella porta.
E non davanti a un'altra porta. Serena non presenta tracce di sangue sui vestiti né tracce di pulitura sul volto: «Ha subito una tamponatura iniziale. C'è una grande consapevolezza da parte di chi commesso il delitto da un punto di vista tecnico-criminologico.
Che ha portato a eliminare la quasi totalità delle tracce».

Elementi fortemente contestati dal professor Carmelo Lavorino, a capo del team difensivo dei Mottola, a margine dell'udienza. In aula Bruzzone affronta anche la posizione di Tuzi, delle sue dichiarazioni: «Tuzi si rende conto che la situazione è giunta a un bivio e decide di raccontare un pezzetto di verità. Tuzi ha paura». Forti le contestazioni delle difese.

Sale l'attesa per Quatrale
In aula anche altri testimoni. Tra questi il marito di Anna Rita Torriero (amica di Tuzi), Massimiliano Gemma, chiamato a riferire su quanto la consorte aveva raccontato in merito alla presenza di Serena in caserma. Parole che Tuzi avrebbe confidato a Torriero.
Prima non ricorda, cerca di smentire, poi incalzato dal presidente Capurso afferma: «Non ricordo ma confermo ciò che dissi». In aula anche la zia di Serena, Armida, che ricostruisce le perquisizioni a casa dopo il ritrovamento del cadavere. E aggiunge: «Ci sentivamo due volte a settimana. Serena non fumava né assumeva droghe. Mi aveva raccontato di essere stata "sgridata" da alcuni esponenti delle forze dell'ordine perché si era lamentata per i troppi morti di droga e io le avevo detto: lascia perdere. Stai fuori da queste storie!». Venerdì prossimo attesa l'escussione del generale del Ris Garofano e della professoressa Volpini, consulenti della difesa Mollicone, oltre a quella di Cimini. Ma soprattutto attesa la deposizione di Vincenzo Quatrale, uno dei militari imputati. Sulla volontà di parlare di Mottola e Suprano la decisione sarà resa nota solo durante la prossima udienza.