Ergastolo con isolamento diurno per due anni. È la conclusione del pubblico ministero Vittorio Misiti alla Corte d'assise di Frosinone, chiamata a giudicare Daniele Cestra, 45 anni di Sabaudia, accusato di due omicidi nel carcere di Frosinone. Le vittime sono Peppino Mari, morto in cella il 17 agosto del 2016, e Pietro Paolo Bassi, ritrovato impiccato all'interno della cella il 24 marzo 2015 e deceduto il 15 giugno successivo. Il pm consegna alla corte, presieduta dal giudice Francesco Mancini, una memoria nella quale ripercorre le indagini.

Le accuse contro Cestra, difeso dagli avvocati Angelo Palmieri e Sinuhe Luccone, che faranno le loro arringhe alla prossima udienza, che a Frosinone scontava una condanna per omicidio a seguito di una rapina a Borgo Montenero nel 2013, si basano sulla consulenza del medico legale Daniela Lucidi e su alcune testimonianze. La consulente del pubblico ministero esclude che entrambi i decessi siano riconducibili a un suicidio. Per il caso di Mari il pm, sulla scorta della consulenza, ha evidenziato una lesività «abbastanza consistente» a carico del cranio e un trauma «abbastanza consistente, a carico dell'emitorace di sinistra».

L'ipotesi della procura è di un'aggressione, con la vittima supina, e l'omicida «che comprimeva con il peso, con il proprio corpo» Mari. Sull'emitorace, infatti, la dottoressa Lucida ha rilevato che era «completamente fratturato». Ragion per cui, conclude il Ct «i dati anche istologici non sono assolutamente corrispondenti con una morte da impiccamento».
Tanto più che Mari aveva 74 anni e in carcere deambulava con le stampelle ed era aiutato proprio da Cestra come piantone. Il pm poi cita una serie di testimonianze, tra le quali quella di un altro detenuto secondo il quale «Cestra gli aveva "confessato" ha evidenziato il pm - le modalità con le quali aveva cagionato la morte di Mari». Per quanto riguarda la morte di Bassi, il consulente tecnico parla di un impiccamento incompleto, in quanto al momento del ritrovamento del corpo i piedi toccavano a terra.

In questo caso le indagini sono partite successivamente, tanto che la ricognizione cadaverica è stata effettuata 27 mesi dopo il decesso. Nonostante ciò, la dottoressa Lucidi ha ravvisato lesioni giudicate incompatibili con un impiccamento per quanto riguarda le indagini, l'accusa a proprio sostegno cita la deposizione di un detenuto al quale Cestra avrebbe detto: «Tanto ne ho ammazzati tre e faccio anche questo che è il quarto». Il pm evidenzia che all'epoca, fine 2016 «nessuno sapeva del terzo (anche la p.g.
era a conoscenza solo di due omicidi, tanto che non stava conducendo alcuna indagine sulla morti di Bassi, la quale era stata qualificata inizialmente come suicidio)», al punto che le indagini sono partite proprio dalle dichiarazioni dell'altro detenuto. Il pm ricorda che il giorno del fatto, Cestra guardava in alto, verso la cella, mentre giocava a pallone («tanto è vero che alcuni detenuti si lamentavano dicendoli di guardare il gioco e non in aria», rimarca Misiti).

Da qui la conclusione che «si è potuto escludere che Bassi possa essersi impiccato» con richiesta di condanna all'ergastolo per Cestra. A seguire formula le proprie conclusioni la parte civile per Bassi (avvocato Rolando Iorio) con l'avvocato Giuseppe Spaziani chiedendo la condanna e il risarcimento dei danni in solido con il ministero della Giustizia. L'avvocatura dello Stato chiede invece di riconoscere l'insussistenza della responsabilità civile del ministero della Giustizia.