Il corpo di Serena Mollicone trasportato nel bosco dell'Anitrella nella notte del primo giugno. Forse addirittura quando era ancora viva. A dettare i tempi, chiudendo il cerchio dell'ipotesi avanzata dalla procura, il ciclo vitale degli insetti studiati dalla professoressa Paola Magni, la stessa che ha sottoscritto la relazione scientifica sul ciclo vitale delle larve che attaccarono il corpo di Serena. Morta da poco quando venne abbandonata o forse ancora con alcuni segni vitali. La professoressa, entomologa forense, in collegamento dal Consolato italiano in Australia, ha spiegato senza risparmiare dettagli perché sarebbe possibile collocare in quella finestra temporale il trasferimento del corpo. Fissando in questo modo la morte di Serena nel pomeriggio del primo giugno 2001.

«La presenza della cosiddetta "mosca verde", tipico insetto cadaverico, è determinante. L'entomologia forense serve a studiare i tempi: serve a stabilire il momento in cui inizia la colonizzazione» spiega la professoressa alla Corte. Poi aggiunge: «Se il corpo è stato in un luogo chiuso è stato protetto dall'azione degli insetti. I vestiti sono stati alla mercé delle intemperie, quindi dove c'era la reale temperatura». Le larve sugli occhi non sono risultate oggetto di analisi perché "sparite" con i campioni e gli organi congelati e mai ritrovati. «Usando tabelle di crescita dirette ho ottenuto lo stadio di colonizzazione per tornare indietro nel tempo, partendo dall'ingresso di Serena nella camera mortuaria» spiega.

Duplice l'analisi eseguita. Quella ambientale generica e quella microambientale. «Così sono tornata indietro nel tempo, a quando queste larve - attive solo nelle ore diurne, dall'albeggiare - erano uova. Il calcolo a ritroso dal sopralluogo, quindi nella notte tra il 1° e il 2 giugno. Forse a morte ancora non sopraggiunta. E se cadavere, non doveva esserlo da troppo tempo. Ma non posso dire come è stata trasportata».

Ferrauti e le confidenze al Sert
«Nei giorni dopo il delitto vidi dei ragazzi tossicodipendenti che parlavano. "Stronzetti che state combinando?" chiesi loro. "Direttore non sai nulla?"mi dissero. "È stata uccisa una ragazza ad Arce". Io non avevo acceso la tv né letto i giornali e pensai che fosse una cosa già nota. Poi chiesi: "Chi è stato?" Mi risposero il figlio del maresciallo dei carabinieri di Arce. "E perché?" L'ha uccisa perché lo voleva "sputtanare" e perché gli avrebbe rovinato la piazza, soprattutto i clienti buoni.

La sera accesi la tv e ascoltai ma non c'era il colpevole. Rimasi stupito. Pensai che fosse inverosimile, che fosse una loro ipotesi: io ero figlio dell'Arma, nato in caserma. Lo raccontai ai carabinieri vicino al Sert e gli indicai quali persone avevano detto questa cosa: un gruppo ben conosciuto. In particolare due fratelli di Ferentino» racconta Fernando Ferrauti, per quarant'anni direttore del Sert di Frosinone, responsabile dell'Ufficio salute mentale della Asl e - tra le altre cose - coordinatore dell'Osservatorio della Prefettura.

«Alcuni giorni dopo si presentò un militare con le stellette e raccontai a lui le stesse cose. Nessuno mi chiese di recarmi in caserma. Dopo alcuni mesi, alle 4 di mattina nel mio casolare, a casa di mia madre, in quella di mia moglie e delle mie figlie venne eseguita una perquisizione. Non sapevamo perché. Da quella delle mie figlie portarono via due libri, a casa di mia madre parlarono degli encomi di mio padre affissi al muro. Era evidente l'imbarazzo» continua.

Una narrazione fluida, coinvolgente. «Mi hanno tenuto sotto osservazione per 15 giorni. Ma l'ho saputo solo dopo» aggiunge ancora e racconta che poi, anni dopo, gli chiesero pure il Dna. «Mi sono limitato ai fatti ma di domande me ne sono fatto una enormità. Sono stato addolorato dalle lacrime di mia madre, abituata a ricevere le pallottole destinate a mio padre durante alla sua lotta antimafia».

La paura dell'amico di Tuzi
A parlare, poi, un amico della famiglia Tuzi, Marco Malmati. Che avrebbe potuto raccogliere le confidenze del brigadiere. «Meno uno sa e meglio è mi disse Santino. Senza darmi risposte precise, ogni volta che prendevo il discorso diceva che dovevo farmi gli affari miei». Davvero tanti i "non ricordo": teso il clima in aula.

Viene proiettata una intervista del 2008 in cui lo stesso Malmati riferiva su personali convinzioni legate alla morte del brigadiere con il quale aveva un rapporto strettissimo. Il pm Siravo incalza: «Ha paura?» «Sì ho paura - risponde - Santino è stato ammazzato. Qualcuno che poteva appoggiarlo non lo ha fatto». Poi il pm chiede l'acquisizione del video del 2008, intervista riproposta dalle Iene nel servizio del 2011. E si riserva la trasmissione degli atti per valutare la falsa testimonianza e quelli per oltraggio, ma a un altro magistrato, intervenuto allora.

Maria: «Non ci ho mai creduto»
«Mi dissero che mio padre si era suicidato per amore. Mi dissero "Lei non può capire cosa passa passare nella mente di un uomo che in prossimità della pensione decide di cambiare famiglia e viene rifiutato dalla sua amante". Quelle parole mi gelarono». A parlare è la figlia Maria, chiamata a raccontare in aula quei momenti terribili, quando un collega del padre suonava alla porta per dire che Santino non c'era più.

«La sera prima papà era venuto a cena a casa nostra. Giocava con mio figlio. Voleva aiutarmi nei lavori di casa.Non ho mai creduto al suicidio per amore né che l'amore per un nipote potesse essere meno forte di quello per una presunta amante. Ho voluto rassegnarmi a quello che ci avevano detto perché me lo avevano detto dei carabinieri. Ma non era così e lo sentivo.

Poi una intervista a Guglielmo mi fece riflettere: gli chiesero se pensava che mio padre potesse essere l'assassino di Serena. Lui lo difese. Sentii l'esigenza di andare da Guglielmo. "Tuo padre non si è suicidato per amore, fai le tue indagini" mi disse. E così fu» racconta ancora Maria. Che sui rapporti in caserma precisa: «Non andava molto d'accordo con Evangelista, con Quatrale non mantenne rapporti dopo il trasferimento: lo rispettava perché era un suo superiore. Rapporti stretti? Solo con Suprano».

La figlia del brigadiere riferisce poi che all'epoca della morte non mancava molto per la pensione tanto agognata. Poi aggiunge: «Mio padre era una persona riservata. Non raccontava molto di sé. Delle cose di lavoro non ne parlava proprio, ma confidenti ne aveva: in primis Suprano, che vedeva anche fuori dal lavoro. Poi Torriero e Malmati. A quest'ultimo non ho mai chiesto cosa sapesse: ci ho provato una sola volta ma si è irrigidito e non l'ho fatto più. Anche Tersigni: una persona che gli dava molta sicurezza».

Alla domanda diretta sul perché suo padre non abbia parlato prima Maria Tuzi ha risposto: «Credo perché avesse paura per noi. Mio padre si è suicidato secondo me perché ha ricevuto troppe pressioni, perché credo che ci fosse qualcuno che gli disse che aveva parlato troppo. Certamente non per amore». Nella prossima udienza fissata al 22 aprile tra gli altri testimoni citati figurano il medico legale Luisa Regimenti e la criminologa Roberta Bruzzone.