Un bollettino in continuo aggiornamento. Pagine di giornali, telegiornali, trasmissioni televisive. Ogni giorno "raccontano" la scia di sangue, l'uccisione di donne che avevano tutta una vita davanti, il dolore di chi per anni, troppi, ha tenuto nascosta la propria anima spaventata, strappata da quello che non è amore, la paura di chi ancora oggi non riesce a dire basta, a reagire, a trovare la forza di denunciare chi sta rovinando la loro vita, nella speranza che quelle mani, quei pugni, quei calci non distruggano più il loro corpo, ma inutilmente.

Siamo ancora qui, purtroppo, a parlare di violenza. Una tragedia che si ripete anno dopo anno. I dati del report del Servizio analisi criminale che riguardano le donne ammazzate fanno paura, da essi risulta che sono aumentati i casi di femminicidio nel 2021, dal 1° gennaio ad oggi, sono 108. Una ogni tre giorni, le donne uccise per mano di un compagno, marito o ex, a fronte delle 100 assassinate nello stesso periodo dello scorso anno.

Con la presidente del Telefono Rosa Frosinone, con sede a Ceccano, Patrizia Palombo, abbiamo fatto il punto, con riferimento anche alla Ciociaria.

Un problema che si ripete...
«Troppe volte, ancora oggi, si pensa che la violenza di genere riguardi solo le donne che la subiscono. Non è così: riguarda tutte e tutti, poiché affonda le proprie radici nei problemi di relazione tra uomini e donne, nei retaggi culturali, negli stereotipi di genere, in una visione proprietaria dell'uomo verso la donna di cui la nostra cultura è ancora permeata».

Serve anche una "battaglia" culturale...
«Accanto alla necessaria risposta normativa e repressiva, serve ancora una grande battaglia culturale, educativa e preventiva, per combattere il silenzio e l'omertà che soffoca le vittime e la teoria devastante che la violenza all'interno di una coppia o di una famiglia sia, in qualche modo, un fatto privato. Bisogna inoltre precisare, per evitare stereotipi devianti e socialmente dannosi, che queste violenze non sono commesse da uomini sbandati, malati di mente, tossicodipendenti, migranti, persone che vivono ai limiti della società, ma da individui cosiddetti "normali».

Dati aumentati durante il lockdown...
«Durante la pandemia le chiamate sono quasi raddoppiate rispetto all'anno precedente. Le convivenze forzate hanno ulteriormente esacerbato le situazioni già difficili e creato molteplici difficoltà relazionali all'interno delle coppie, rendendo inoltre più complicato per molte donne chiedere aiuto. A chiamare soprattutto donne tra 30-40 anni, ma non mancano i casi di over 60 e di ragazze al di sotto dei 20 anni. In gran parte si tratta di donne che subiscono violenze di tipo psicologico, fisico ed economico che, anche a causa delle misure di isolamento domestico imposte dall'emergenza coronavirus, hanno vissuto e vivono giorni difficili. Durante questo periodo abbiamo dovuto anche fare diversi interventi per portare via dalla propria casa donne con figli minori per le quali è stato attivato il codice rosso. L'85% di esse ha figli minori per i quali si mettono in campo le strategie necessarie per affrontare nel giusto modo le problematiche rappresentate e riscontrate. Le reti locali antiviolenza, le istituzioni e le associazioni hanno moltiplicato i loro sforzi per non lasciare sole queste donne, cercando di dare risposte ai bisogni e offrendo nuove modalità per rivolgersi ai servizi».

Quante chiamate avete ricevuto?
«Nel corso dell'anno 2021 l'Associazione Telefono Rosa Frosinone-Regione Lazio "Centro di Orientamento per le Donne", da gennaio ad oggi, ha ricevuto oltre 544 richieste di aiuto telefoniche delle quali 336 sono venute in sede. L'85% italiane 15% straniere; l'età va dai 16 ai 75 anni. Dai nostri dati si evince che le richieste di aiuto sono tante, ma che le donne, purtroppo, hanno ancora molta paura a denunciare».

Perché si ha paura di denunciare?
«Una persona vittima di violenza su quattro afferma: di avere troppa paura, della persona violenta, ma anche in generale, davanti alla possibilità di affrontare l'iter di una denuncia e le conseguenze pratiche; di avere timore di non essere credute, per la vergogna e l'imbarazzo, per sfiducia nella legge e nel caso della violenza nella coppia, perché amano il partner e non vogliono venga arrestato, ma soprattutto per non far perdere la famiglia ai loro figli. Molte, inoltre, non considerano la violenza subita un reato, sostengono che si è trattato di qualcosa di sbagliato, ma non di un reato. Tante altre non denunciano perché sono ancora spaventate di perdere i propri figli.

Con la legge 54/2006 è stato introdotto il concetto della bigenitorialità, che nessuno mette in discussione nelle separazioni che avvengono in presenza di buone relazioni nella coppia, ma che è invece diventato un dogma che diventa un vero problema e complica tutto nel caso ci sia separazione per violenza sulla donna, anche questo rende molto più complicato per le donne uscire dalla violenza e prendere una decisione lucida nel denunciare. Molte affermano che non denunciano perché non ci sono condanne sicure e hanno paura che una volta che lui esce di prigione possa andare a cercarle per fargliela pagare anche facendo del male ai propri figli. Le motivazioni sono tante e tanta è la strada fatta, ma ancora molta è quella che deve essere fatta».

Un suo appello?
«Il mio appello non vuole essere soltanto la doverosa denuncia di quanto sta accadendo sul tema della violenza contro le donne, bensì vuole riaffermare il necessario impegno di tutti ad attuare in ogni sua parte la Convenzione di Istanbul, a partire da quelle azioni di prevenzione sociale e culturale che da tempo noi stiamo perseguendo con forza e convinzione partendo dalla scuola luogo in cui si formano le generazioni future. Ma non bisogna fermarsi alla scuola, va attuata inoltre una vera formazione su questo tema a tutti i livelli, vanno formati in una maniera seria quegli organi che, in caso di violenza, devono interagire per il bene della donna e dei suoi figli (servizi sociali, forze dell'ordine, tribunali). La strada percorsa è stata lunga e importante, ma i passi ancora da compiere necessitano di ulteriori sforzi da muovere congiuntamente».