Alberto Iannace, cento anni il prossimo luglio, è uno degli ultimi tre reduci di guerra della provincia di Frosinone. Ha combattuto nella seconda guerra mondiale. È stato in Albania, in Grecia, è uno dei sopravvissuti della campagna di Russia. E di quella esperienza, Alberto ricorda soprattutto il grande freddo.

L'incontro con Alberto Iannace avviene nel 72° Stormo dell'aeroporto di Frosinone dove ha sede la sezione frusinate dell'associazione Arma aeronautica. Alberto, aviere scelto motorista, è stato insignito anche di una croce di guerra per un fatto avvenuto a Napoli il 4 aprile del 1943.

La sua storia con l'aeronautica parte da lontano...
«A 18 anni mi arruolo nella Regia Aeronautica, partecipando al bando da 600 posti da motorista. Il 10 giugno 1940 entro nella scuola di Napoli, quindi passo al 50° Stormo di Sarzana».

Poi sarà la guerra.
«Ho partecipato alla conquista dell'Albania, alla guerra di Grecia, poi in Romania e nella guerra con la Russia».

Contro il grande freddo.
«Non erano state previste temperature polari che mettevano a rischio la nostra vita. Tuttavia, dovevamo svolgere la nostra attività in qualsiasi condizione. Alle 2 di notte mi alzavo per avviare i motori, ma con un freddo così pungente era davvero impossibile. Avevamo -45, -50 gradi. A causa di queste temperature molti di noi soldati non sono più tornati a casa. Fu uno spettrale luogo di ghiaccio con due nemici: i soldati regolari e il grande freddo».

A quel punto un ricordo assale Alberto.
«L'acqua che utilizzavamo era quella dei fiumi. E i caduti galleggiavano sui corsi d'acqua. La campagna di Russia resta viva per chi l'ha vissuta, per il clima polare. A causa di quelle sofferenze lasciai, alla fine della guerra, l'Aeronautica con molta tristezza. L'Aeronautica è una bella donna, non si dimentica mai. Ma la guerra è stata dura e violenta».

Ma come si sopravvive alle temperature polari?
«Ci siamo arrangiati come potevamo, condividendo quello che avevamo. Se si poteva volare, si volava. Per riscaldare i motori ci davano delle stufette catalitiche, ma non funzionavano. Poi ci hanno dato i riscaldatori ad aria calda. Addosso avevamo un cappotto impellicciato, guanti, stivali tedeschi, passamontagna».

Quali aerei utilizzavate e da quali basi?
«Gli aerei erano i Macchi 200. Eravamo di base a Tudora in Romania. Poi siamo arrivati in Russia a Krivoi Rog, Dnipropetrovsk, Saporoshje, Stalino».

In Russia con voi c'era qualche altro soldato della provincia di Frosinone?
«No, non c'era nessuno di Frosinone. Non avevo paesani».

Poi come siete rientrati dalla Russia?
«Ci ha dato il cambio il 21° gruppo. Abbiamo lasciato Stalino e siamo arrivati a Tarvisio. Alla fine di giungo 1942 siamo rientrati. Abbiamo fatto da luglio a giugno 1942. Eravamo con il 22° gruppo».

Ma la guerra non era ancora finita.
«Ho continuato in Sicilia, in Sardegna, a Pantelleria».

In Russia ha aiutato un bersagliere. Ce lo racconta?
«Eravamo a pochi chilometri dal fronte e ospitavamo i feriti che non potevano proseguire verso gli ospedali. Io ho ospitato un bersagliere. Aveva preso una scheggia sul naso e al labbro che gli aveva rotto qualche dente. Gli ho dato la mia branda. Poi le temperature si sono rialzate e i feriti sono potuti andare all'ospedale da campo. Quando se ne è andato il bersagliere mi ha detto "fratello vado all'ospedale. Ti ordino di portare la pelle a casa". E io gli ho detto lo stesso. E lui: "Non ti preoccupare, sono un bersagliere io"».

Ci racconti della medaglia.
«Eravamo a Napoli nei rifugi. Davanti alla porta una scheggia ha troncato di netto un cavo della benzina proprio dove c'erano tanti fusti. Ho pensato se si incendiano rimaniamo tutti qua sotto. Allora ho percorso 70-80 metri allo scoperto per spegnere il motore dell'aeroplano. Ma dietro al Vesuvio c'era un'altra squadriglia che è ripartita. Ho sentito scoppiare tutto, ma sono arrivato vicino alla porta del rifugio. Mi ha preso un capitano che piangeva. Piangeva perché aveva visto tutta la situazione».