«Sono stato aggredito con una violenza inaudita». Il racconto portato ieri in aula dalla vittima dell'aggressione, un sessantenne di Pontecorvo ridotto quasi in fin di vita da un nigeriano di venticinque anni lo scorso novembre, lascia poco spazio all'immaginazione.

La vittima - assistita dall'avvocato Turchetta - ancora sulla sedia a rotelle dopo quasi un anno per le lesioni riportate, ieri in aula ha raccontato senza veli né riserve quel sabato di terrore. «Sono stato aggredito con una violenza inaudita» ha ripetuto, raccontando poi il «buio dopo essere caduto a terra». Come riferito in aula, l'imprenditore avrebbe raggiunto l'abitazione in campagna in via Tore, dove aveva accettato di ospitare il giovane nigeriano senza fissa dimora che aveva fatto per lui qualche lavoretto. Una permanenza breve, patti chiari: solo qualche giorno per trovare una sistemazione dopo aver perso la possibilità di restare in una struttura. Invece, una volta raggiunta la rimessa per prendere alcuni utensili e della vernice, vedendolo ancora lì avrebbe intimato di voler chiamare i carabinieri: questo, secondo la vittima, il detonatore che ha fatto scattare la brutale aggressione.

A trovare a terra, alcune ore dopo, l'imprenditore era stato poi il figlio: non vedendolo rientrare per cena, aveva deciso di cercarlo. Raggiunta la sua abitazione, aveva però trovato il cancello chiuso e, non avendo ricevuto risposte dal padre, era entrato raggiungendo la rimessa. Lì aveva trovato l'uomo riverso a terra, privo di sensi. Evidenti sul suo volto e sul corpo i segni di un'aggressione. Prima il ricovero a Cassino, poi a Roma, in fin di vita.

Con una indagine lampo, i carabinieri di Pontecorvo avevano rintracciato il nigeriano e - coordinati dal pubblico ministero Rubolino - lo avevano posto in stato di fermo e trasferito in carcere per tentato omicidio, rapina (alla vittima erano stati portati via anche cellulare e soldi) e sequestro di persona. Fermo poi convalidato.
Ascoltati ieri anche il tenente Giovanni Fava, che ha relazionato sulla complessa quanto rapida attività investigativa e un fabbro per riferire sulla compatibilità tra una parte della chiave spezzata, trovata nella serratura dell'abitazione della vittima, e l'altra parte di chiave, rinvenuta nel borsello dell'arrestato.

Al termine dell'udienza aggiornata al prossimo 30 novembre, il nigeriano ha voluto rilasciare spontanee dichiarazioni. Ha detto, affiancato da una traduttrice, di non riconoscersi in quello che era stato descritto e ha chiesto scusa. Poi ha ribadito ancora una volta di volere un confronto sia con la vittima che con i carabinieri.