Si chiude oggi il periodo liturgico ecumenico celebrato in tutto il mondo come "Tempo del Creato" che intende sensibilizzare i cristiani all'impegno a difesa della Terra, la nostra casa comune. Con monsignore Ambrogio Spreafico, vescovo della diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, abbiamo affrontato diverse tematiche tra cui l'annosa questione della valle del Sacco, senza dimenticare il difficile periodo della pandemia. Il tempo del Creato è tradizionalmente un momento ecumenico di risanamento e speranza.

Un momento per riflettere sulla nostra "casa", il corpo e la mente, e sulla sua gestione e sull'ambiente...«A partire da alcuni anni le Chiese cristiane riflettono insieme sul creato come "casa comune" dall'inizio di settembre al 4 ottobre, festa di San Francesco d'Assisi.
Forse mai come durante questa pandemia abbiamo esperimentato di essere tutti abitanti dello stesso pianeta.

Un virus venuto da lontano ha invaso e come colonizzato ogni angolo del mondo. Ci illudiamo a volte di poter chiudere i confini costruendo muri e barriere per difendere noi stessi, ma è bastato un minuscolo virus per sconvolgere la vita e le abitudini. Siamo cioè nella stessa "casa", la Terra, anzi l'universo, non solo la nostra casa o il nostro territorio.

Per questo giustamente papa Francesco ha ripetuto più volte, a partire da quel memorabile 27 marzo 2020 a piazza San Pietro, che "nessuno si salva da solo".
Faremmo bene e ricordarlo!» In questi giorni molti giovani si sono mobilitati per lanciare il grido di dolore sulla distruzione scientifica del pianeta da parte dell'uomo. Che lezione trarre da questo moto organizzato, ma spontaneo che parte dal basso? «I giovani, forse più di noi preoccupati del futuro, si mobilitano e sono da incoraggiare. Far sentire la propria voce in modo pacifico aiuta a tenere viva la domanda di un impegno per la cura del creato.

Negli ultimi anni ne ho incontrati alcuni nelle nostre scuole e mi sono rallegrato del loro impegno concreto per la cura dell'ambiente a cominciare da quello scolastico e dalle scelte quotidiane: raccolta differenziata, uso dell'acqua e dell'energia elettrica, eliminazione della plastica. Il loro impegno dovrebbe aiutare tutti a capire che la cura dell'ambiente dipende dall'impegno quotidiano di ciascuno. È vergognoso vedere spazzatura gettata ovunque, dai sentieri dei nostri bei boschi alle strade e anfratti del nostro territorio, come vedere pezzi di verde nelle nostre città abbandonati e in preda ai rovi. È segno di inciviltà». Veniamo a noi.

La valle del Sacco è uno dei territori più martoriati e inquinati d'Italia. Più volte lei ha alzato la voce sui problemi di questa terra. Da quando è qui ha notato che qualcosa sta cambiando o c'è ancora da tirare le orecchie a qualcuno? «In questi anni ho potuto apprezzare i tesori e le bellezze di questa terra, ma insieme constatare il degrado nel quale è stata a volte lasciata per l'arroganza, l'affarismo, l'indifferenza, con il cospicuo contributo delle mafie nascoste dal malaffare.
La situazione della valle del Sacco è l'esempio più tragico. Nel 2010 convocai in diocesi con la Fondazione Kambo un tavolo sulla valle del Sacco.

Tutti erano rappresentati: politici, industriali, ambientalisti, sindacati, esperti. Fu presentato un progetto-visione, fu affidata la cabina di regia alla politica, ma nulla avvenne. A parte i balzelli ridicoli sulle competenze nazionali o territoriali, il fiume continua ad essere inquinato (ogni tanto emergono con chiarezza sversamenti tossici!), come la terra circostante. E dovremmo parlare anche del fiume Liri, che non se la passa molto meglio Nel 2019 sono stati stanziati per la valle del Sacco 53,6 milioni di euro, a cui se ne sono aggiunti altri 10 di recente.

Tutti avremmo diritto di sapere come saranno utilizzati e in quali tempi. Per commissioni o esperti di vario genere che si spartiranno il bottino oppure per bonificare finalmente qualche pezzo di territorio invaso da rifiuti tossici nocivi alla salute dei nostri cittadini? In ogni caso non si possono stanziare risorse senza una visione complessiva e un piano pluriennale, se vogliamo essere seri e preoccupati della vita e della salute (vedi le morti per tumore!) degli abitanti di una terra umiliata dall'affarismo di alcuni. Se periodicamente appaiono segni di sversamento di rifiuti nocivi, non sarebbe il caso di monitorare con continuità le sponde e i terreni circostanti il fiume?» Papa Francesco, nella prefazione agli Orientamenti pastorali sugli sfollati climatici, ha evidenziato come non usciremo da crisi come quelle del clima o del Covid "rinchiudendoci nell'individualismo, ma solo stando insieme, attraverso l'incontro, il dialogo e la cooperazione".

La speranza di un mondo migliore c'è? «L'immigrazione non può essere sempre e solo un'emergenza. È un fatto della storia; va capito e affrontato con intelligenza e coinvolgendo tutta l'Europa. I cambiamenti climatici, oltre alle guerre, contribuiranno sempre più in maniera determinante a muovere persone dai loro Paesi. I dati dicono che entro il 2050 ci potrebbero essere tra i 25 milioni e il miliardo di profughi che si muovono per motivi climatici.

In genere la maggior parte degli sfollati e dei migranti di qualsiasi origine si rifugiano nei paesi limitrofi. Solo un esiguo numero ha i mezzi per affrontare lunghi e costosi viaggi per raggiungere l'Europa e il Nord America, nelle mani di trafficanti senza scrupoli. Negli ultimi 15 anni sono morte solo nel Mediterraneo oltre 30 mila persone, molte donne e bambini. È evidente il bisogno di un impegno comune della comunità internazionale per affrontare situazioni come queste.
Ignorarle e o vivere nella continua paura dei migranti non aiuterà né loro né noi a vivere in pace tra diversi».
Quali sforzi nella coscienza collettiva bisogna ancora maturare per costruire un mondo migliore? «Partiamo dalla pandemia che ci ha colpito.

Se non ci fosse stato un coinvolgimento di forze diverse, scientifiche, politiche, umane, culturali, religiose, ci sarebbero state molte più vittime. Il mondo è complesso e siamo chiamati a condividere visioni comuni, che partano dalla consapevolezza di essere parte dell'unica famiglia umana di fratelli e sorelle, come papa Francesco ci indica così bene nell'enciclica Fratelli tutti.

Senza questa coscienza vinceranno paura e individualismo e ciò non farà il bene di nessuno. Non basta essere connessi on line, magari per seguire follower che insultano e creano paura e divisioni; bisogna essere connessi spiritualmente e umanamente.
È necessaria una globalizzazione umana e spirituale oltre a quella della rete».