«Stratagemmi per alterare i risultati dei campionamenti». Un passaggio chiaro nell'ordinanza del gip Vittoria Sodani, che viene fuori dalle intercettazioni a carico dei vertici della AeA, la società che dal 2017 gestisce il depuratore consortile di Villa Santa Lucia, coinvolta nell'inchiesta "Acqua Nera", coordinata dalla procura di Cassino e affidata ai militari del Nipaaf - del Gruppo carabinieri forestali di Frosinone - che giovedì hanno sottoposto a sequestro preventivo l'impianto, ora affidato a un amministratore giudiziario.

I militari del tenente colonnello Vitantonio Masi hanno dato esecuzione alle ordinanze: ai domiciliari sono finiti Riccardo Bianchi, presidente del Consiglio di Amministrazione e amministratore delegato della AeA spa; Roberto Orasi, amministratore di fatto della stessa e Amedeo Rota, responsabile degli impianti Cosilam gestiti da AeA. Obbligo di dimora e di presentazione alla Pg per Laura Paesano, project manager della società; divieto di dimora nel Comune di Villa Santa Lucia e obbligo di presentazione alla Pg per Jessica Bartolucci, responsabile dell'impianto di depurazione. Tutti accusati, a vario titolo, di inquinamento ambientale. Diversi gli indagati a piede libero.

Le ipotesi
In alcuni casi, come rilevato dai militari, i parametri di sostanze inquinanti nelle acque di rio Pioppeto avrebbero superato ben 2.900 volte il valore limite. Contestati dalla procura, dopo un complesso lavoro d'indagine coordinato dal sostituto De Franco, andato avanti tra il 2020 e il 2021, non solo una «continua e significativa violazione dei limiti tabellari stabiliti per i reflui dello scarico finale nel depuratore consortile». Ma anche un atteggiamento di inerzia dei coinvolti: davanti ai dati «non si sarebbero attivati nel porre in essere le azioni necessarie per evitare che lo scarico - si legge nell'ordinanza - dell'impianto inquinasse il fiume, compiendo semmai condotte tese ad occultare per quanto possibile le problematiche esposte».

Alcuni dei dipendenti avrebbero in più occasioni riferito di situazioni al limite: in una delle chiamate intercorse con i vertici AeA un dipendente definisce la situazione come disperata. «No, è che è un massacro, capito?!» afferma il dipendente. «Eh lo so» risponde uno degli indagati. «Mai vista una cosa simile!» relazione nell'ufficio dell'AeA un altro dipendente: per la magistratura, insomma, i coinvolti avrebbero avuto contezza della gravità dei parametri. E tra loro commentano: «Mannaggia, ma questi so' proprio dei pazzi!», «Qua da arresto!».

E avrebbero addirittura cercato degli stratagemmi. Come l'utilizzo del «filtrato ai carboni attivi lasciando presupporre che i valori siano cambiati proprio perché il campione «è stato sottoposto a un filtro costituito da carboni attivi che hanno abbassato i valori fino a farli scomparire» scrive il gip in riferimento a una delle intercettazioni: «So' scomparsi, sì».

Firme falsificate, date cambiate: gli "stratagemmi" usati indicati dalla procura sembrerebbero diversi: «La documentazione è la stessa, ci deve cambià le date. Qual è il problema» postdatando una scheda - dice sempre il gip - per non far «uscire i campioni che non devono uscire».

Il castello accusatorio, basato sui riscontri dei militari guidati dal tenente colonnello Vitantonio Masi - coordinati dalla procura - è complesso. Attesa ancora la fissazione degli interrogatori degli indagati difesi dagli avvocati Sandro Salera, Domenico Marzi e Paolo Marandola.