L'ultimo giorno in cui Serena viene vista in vita sul pullman sul quale era salita per affrontare il tragitto necessario a raggiungere il dentista, per l'ortopanoramica; la maglietta legata in vita, forse proprio la stessa che si intravede più volte nelle immagini di repertorio degli inquirenti all'Anitrella, quando la ragazza era già cadavere.

Ancora: i rapporti tra gli amici, le comitive di allora, i gruppi in piazza, le serate trascorse insieme. Pure l'uso di droga (soprattutto hashish) acquistata a scuola o persino a Castelvoturno e fumata ai giardini, in giro o casa se i genitori mancavano. «Chi comprava l'hashish lo portava alla comitiva» raccontano i testimoni. «Non c'era fra noi uno spacciatore, chiedevamo ai ragazzi più grandi».

Alcuni di quei dettagli, non più nitidi dopo vent'anni, ieri sono divenuti oggetto di accese contestazione, con una richiesta della Corte di rimettere gli atti al pm, dietro l'ombra di una falsa testimonianza. Un'udienza fiume ieri in ateneo, la prima del processo Mollicone successiva alla pausa estiva l'ultima, forse, in quella sede ha visto la presenza delle dottoresse Siravo e Fusco nelle vesti di pm: la prossima (quella del 24 settembre) si svolgerà in tribunale. Data in cui verranno ascoltati anche due periti, chiamati a riferire sulle intercettazioni telefoniche. Il programma stringente prevede l'escussione di 45 testimoni entro il 22 ottobre.

Il racconto e le contestazioni
I gruppi che si fondevano spesso in una piazza vissuta dai giovani di varie fasce d'età, qualche frequentazione e tanta coesione: c'erano i fedelissimi (nessuno ricorda però la definizione del gruppo fantastico emersa nelle scorse udienze), i primi amori o solo le prime cotte.
E poi le amicizie. A riferire tutto questo sei testimoni, diciottenni o ventenni quando Serena era ancora in vita.

La prima a raccontare quegli anni, i rapporti con la studentessa, quelli col gruppo e quelli personali, è stata Federica Di Palma, scambiata per Serena nonostante che per altezza e costituzione fosse impossibile. Sullo sfondo una vita di paese lenta e forse noiosa, con pochi controlli fatti dalle forze dell'ordine e una forte coesione tra i giovanissimi. Persino, dopo la morte di Serena, di interrogatori con verbali mai ritrovati, forse neppure firmati.

Una ricostruzione molto dettagliata, venuta fuori da oltre sei ore di udienza, in cui non sono mancati i colpi di scena: rimessi infatti gli atti in procura per uno dei testimoni ascoltato nel corso della mattinata.
Proprio sulla mattina del 1° giugno del 2001 le contestazioni della pubblica accusa e quelle di Dario De Santis (che insieme a Sandro Salera e Federica Nardoni rappresentano i familiari di Serena) fanno muro sulle dichiarazioni di Bove, uno degli amici di Mottola: «Ascoltato sia nel 2001 sia nel 2008 lei non aveva ricordi sulla mattina del 1° giugno. Poi nel 2018 sovviene il ricordo: era con Marco in motorino in piazza» incalza il pm.

«Ci dica come ha maturato questo ricordo, come si è arrivati a questo cambio di versione» chiede il presidente della Corte, Massimo Capurso. Fino al 2008 non ricordava nulla, poi forse qualche interrogatorio letto gli avrebbe stimolato il ricordo. «Vale oggi ciò che viene detto in aula. Quella mattina non sapevo neppure che Serena fosse scomparsa. Fino agli interrogatori, non ricordavo perché era un giorno come gli altri» puntualizza il teste.

Il pm Siravo ribatte senza esitazione, sottolineando come mai avrebbe potuto riferire su circostanze del genere. Il dottor Capurso chiede di trasferire gli atti in procura per valutare se possa sussistere o meno il reato di falsa testimonianza. «Mi sembra molto strano il dubbio su una falsa testimonianza su un fatto poi confermato da una testimone oggi» ha affermato all'uscita dall'aula l'avvocato Francesco Germani per i Mottola (l'ex maresciallo Franco, Marco e la madre Anna Maria; che insieme ai due ufficiali Quatrale e Suprano sono imputati per la morte di Serena).

«La Corte ha condiviso le mie contestazioni - ha ribattuto l'avvocato Dario De Santis dei - Resta la realtà di un delitto avvenuto in un piccolo paese che, nonostante siano passati vent'anni, non ha soluzione».
«Una responsabilità penale, ma soprattutto morale: la verità si fa fatica sempre a dirla. Non occorre cercarla, va detta» ha commentato lo zio di Serena, Antonio Mollicone.