Gabriel ucciso con consapevolezza. Con un gesto durato abbastanza da non lasciargli scampo, durante il quale il piccolo avrebbe tentato di liberarsi dalla presa della madre cercando di graffiarla. Ma senza riuscirci.

Per il giudice dell'udienza preliminare, Domenico Di Croce, non si sarebbe potuto trattare certamente di un gesto premeditato ma pur sempre di un'azione comunque gravissima durante la quale il piccolo avrebbe invano provato a liberarsi. Senza che la donna allentasse la pressione della mano sulla bocca.

Nelle motivazioni della sentenza di primo grado a carico di Donatella Di Bona accusata insieme al padre del piccolo (Nicola come concorrente morale nel delitto) di averlo soffocato perché piangeva, perché voleva tornare dalla nonna e dallo zio attese da 270 giorni ma slittate per la richiesta di alcune integrazioni e per il Covid, le valutazioni che hanno portato il gip Di Croce a condannare Donatella Di Bona a trent'anni di reclusione in abbreviato e a tre di libertà vigilata.

La ricostruzione
Il piccolo Gabriel Feroleto, lo ricordiamo, muore soffocato il 17 aprile del 2019 a poco più di due anni a pochi passi da casa (per la procura). In manette finiscono prima la madre, Donatella Di Bona di Piedimonte e poi il padre Nicola, di Villa Santa Lucia.
Indagini lampo, a dir poco difficili, affidate ai carabinieri e coordinate dai pm Bulgarini e Maisto: falsi alibi, ritrattazioni, accuse reciproche. Fino alle manette.
I due genitori scelgono riti differenti: la madre un abbreviato condizionato alla perizia psichiatrica (che la valuterà come capace di intendere e volere). Il padre Nicola, invece, un ordinario.

Le versioni e l'analisi
Tante le versioni fornite da Donatella, difesa dagli avvocati Lorenzo Prospero e Chiara Cucchi. L'imputata reo confessa ne arriva a dare sette o forse otto. Ma lei non nega mai la sua responsabilità. I suoi difensori che una volta acquisite le motivazioni prepareranno l'appello anche durante il processo non avrebbero mai messo in discussione questo.

Ma avrebbero sottolineato la sua incapacità di intendere e di volere, di capire che quella pressione avrebbe di lì a poco portato al soffocamento del piccolo. È la stessa Donatella, nella veste di testimone durante il processo a carico di Nicola, a ricostruire quei momenti drammatici in aula. Gli avvocati, durante la discussione prima della sentenza, avevano sottolineato come la causa della morte del bambino fosse riconducibile non all'asfissia meccanica ma a quella dovuta a un rigurgito.

E che la stessa Donatella non avrebbe capito la gravità del gesto: voleva solo farlo smettere di piangere. A convincere il giudice che Donatella possa invece essere capace di intendere e volere non tanto la perizia eseguita dal professor Mandarelli, ma quanto avvenuto subito dopo la morte del piccolo: la prima versione fornita ai vicini di casa e poi ai carabinieri, quella di essere stati investiti, rappresenterebbe una ricostruzione logica per evitare le conseguenze di ciò che era accaduto.

Come già nei confronti di Feroleto, quei gesti che hanno portato alla morte di Gabriel per il padre l'accusa è di non aver mosso un muscolo mentre il bambino moriva sono valutati come estremamente gravi e feroci.
Sproporzionati rispetto al pianto ininterrotto di un bambino che voleva solo tornare a casa.