Fin dai primi anni del percorso universitario si è appassionata agli studi sulla pediatria. Dopo la maturità conseguita al "Severi" di Frosinone, sua città, ha iniziato a frequentare il Dipartimento di neuroscienze dell'ospedale "Bambino Gesù".
Classe 1983, la dottoressa Laura Papetti, è una delle ricercatrici d'Italia che contribuiscono a un futuro migliore del Paese. Ed è proprio per le sue ricerche, per i suoi lavori, per la sua dedizione, che la rivista "Fortune Italia" le ha conferito un importante riconoscimento. La dottoressa Papetti è stata nominata tra le 40 under italiane di grande talento. Nella selezione sono stati individuati, appunto, quaranta profili di quattro categorie diverse. Tra quella dei ricercatori spicca proprio il nome della ciociara. Proprio dalla dottoressa frusinate Papetti ci siamo fatti spiegare come nasce la passione per gli studi sulla pediatria e per la ricerca.

«Ho molto approfondito questo ambito della pediatria frequentando diversi ospedali, ma soprattutto il "Bambino Gesù". Da specializzanda ho iniziato il mio percorso nell'ospedale pediatrico di Roma e proprio durante la specializzazione in pediatria sono riuscita a portare avanti una tesi lavorando sulla sclerosi multipla e sulle cefalee in età pediatrica. Ho cercato comunque di non trascurare l'attività clinica e, quindi, dopo la specializzazione, sono riuscita ad avere un contratto di ricerca e poi, appunto, una assunzione al "Bambino Gesù" fino a diventare responsabile del centro cefalee».

Come è arrivata la candidatura a "Fortune Italia"?
«Tra il 2020 e il 2021 mi sono molto dedicata allo studio dell'andamento delle cefalee e ho realizzato una serie di progetti di ricerca che mi hanno consentito di vincere un bando ministeriale della ricerca finalizzata, appunto, ai giovani ricercatori. Per questo motivo, unitamente a una serie di ricerche che ho fatto nell'andamento cefaleo durante la pandemia, quando "Fortune Italia" ha chiesto dei nomi all'ospedale "Bambino Gesù" da proporre alla candidatura dei top ricercatori, è stato fatto il mio».

Che emozione ha provato?
«Devo dire che ho provato un'emozione fortissima nel vedere il mio nome tra quelli di tanti altri scienziati italiani. È stata una grandissima soddisfazione e un'opportunità. Ancora adesso non riesco bene a rendermi conto perché diciamo anche che la mia natura ciociara mi porta sempre a restare con i piedi a terra».

Quanto ha influito secondo lei il periodo della pandemia sui bambini?
«Quest'ultimo anno è stato sicuramente molto intenso perché il mondo ospedaliero ha subito dei grandi cambiamenti. Ci siamo trovati ad affrontare un diverso modo di fare sanità pubblica. In particolar modo, durante il periodo della pandemia, per quanto riguarda i bambini e la cefalea, ci siamo resi conto che sono esistiti due momenti: il primo quello del lockdown del marzo 2020, quando la chiusura di tutto è arrivata come un fulmine a ciel sereno e improvvisamente ci siamo trovati a dover modificare il nostro stile di vita. E in particolare è stata modificata la modalità dell'attività scolastica che è una delle situazioni che più fortemente influenza l'andamento del mal di testa nei bambini, perché è una sorgente di stress. Quindi questa prima fase in realtà è stata vissuta come una sorta di "stacco la spina".

Tutti eravamo più concentrati sul Covid e i ragazzi hanno vissuto questo stare a casa come un riscoprire un ambiente familiare, "rilassandosi" e vivendo la scuola con maggiore distacco. Pertanto questo ha portato a modifiche del mal di testa. Successivamente, da settembre in poi, c'è stata un'altra fase, ovvero il convivere con il virus e con queste abitudini che sono diventate una parte integrante della nostra vita. Quello che si è visto in realtà, si riferisce in particolare alla didattica a distanza, alla perdita degli aspetti ludici dovuti alla scuola, al blocco delle attività sportive e ricreative, sono stati questi grandi fonti di stress per i pazienti, per gli adolescenti. Hanno contribuito a un peggioramento del mal di testa. Forse i bambini hanno avuto poca visibilità durante questo ultimo anno, ma sono quelli che hanno pagato un prezzo più alto».

Che tipo di ricerche ha svolto?
«Il periodo della pandemia è stato dedicato soprattutto a questo studio. Io l'ho affrontato sfruttando al massimo la mia capacità di resilienza. Ricordo che a marzo gli ospedali erano vuoti perché le persone avevano paura a venire per il covid; tutti erano rinchiusi dentro casa. Per noi sembrava tutto fermo dal punto di vista della ricerca e tutto incentrato sul covid. Così ho cercato di sfruttare questo periodo, considerandolo anche come una sorta di occasione per vedere cosa succedeva alla salute dei bambini, soprattutto all'andamento del mal di testa in questa situazione che era unica dal punto di vista storico».

Prossimi obiettivi?
«Più che obiettivi nella testa ho i progetti per cui ho ricevuto i finanziamenti, quindi lo studio dei meccanismi patogenetici che causano l'emicrania in età pediatrica, in particolar modo i collegamenti con altri sistemi, oltre al il sistema nervoso centrale, anche quello gastrointestinale». Un orgoglio per la Ciociaria avere tra i migliori ricercatori d'Italia la dottoressa Papetti.