Era forse l'ultimo avvocato della vecchia scuola.
L'ultimo di una generazione di penalisti eredi di una tradizione che con Fabrizio Pagliei, Romano Misserville e Raffaele Maietta, per citarne solo alcuni, ha reso noto il foro di Frosinone negli altri tribunali.

Con Angelo Pica, toga d'oro, 85anni, se ne va un avvocato vecchio stile. Un penalista con la P maiuscola.
Ieri, nella chiesa di Sant'Antonio, tanti colleghi hanno voluto tributargli l'ultimo saluto. Da tempo ormai non esercitava, non si riconosceva più in un'avvocatura ormai cambiata, che non sentiva più sua.

Di tanto in tanto, però, non disdegnava di affacciarsi al palazzo di giustizia con dietro uno stuolo di colleghi, soprattutto ex praticanti e amici, intorno a salutarlo e a chiedergli consigli e a sentire le sue proverbiali battute.
La recente scomparsa dell'amata moglie Maria lo aveva profondamente colpito negli ultimi tempi.

Ha attraverso un'intera stagione dell'avvocatura. Una stagione i cui protagonisti o sono in là con gli anni (e non più sulla breccia da tempo) o non ci sono più.
«Qui non si fa accademia», usava ripetere con i suoi praticanti nello studio di viale America Latina.
Era partito da lontano, subito dopo la laurea aveva avuto anche un'esperienza come ufficiale dell'Arma dei carabinieri a Bolzano. Amante della montagna e di San Donato Val di Comino in modo particolare, delle passeggiata e della fisarmonica, di lui e dei processi affrontati si raccontano tanti aneddoti.

Penalista vero, un giorno si racconta quando il tribunale era ancora nella vecchia sede di piazza Marzi si presentò con un suo praticante nelle aule civili e non se ne avranno a male i civilisti esclamò in modo che tutti potessero sentirlo «ecco vedi, questo è il mercato del pesce». La sua ironia era proverbiale, anche con se stesso, come in questa storia o legenda che sia e in altre circostanze. Come quando, anni fa, con il tribunale ormai vuoto verso l'ora di pranzo prestò la sua toga a un avvocato di fuori foro impegnato in un processo per rapina, salvo poi riprendersela qualche attimo dopo appena il presidente del collegio lo aveva nominato d'ufficio alla difesa dell'altro coimputato, fra l'imbarazzo del collega costretto a cercarsi un'altra toga.

Viveva di processi e per i processi con una preparazione giuridica fuori dal comune, in grado di inquadrare subito una questione e affrontarla nel migliore dei modi. Con l'avvento dei computer, all'inizio, ancorato ai vecchi sistemi, dettava i ricorsi da redigere e battere al computer. Una dettatura che poteva durare giorni, spesso interrotta da telefonate e richieste di consigli, ma sempre in grado di proseguire nella dettatura, senza mai perdere il filo, come se non si fosse mai interrotto.

Ieri, al termine dei funerali un commosso avvocato Franco Fontana, uno dei tanti allievi che ha avuto l'avvocato Pica, ne ha ricordato le qualità professionali e morali, ricordando la sua ironia e definendolo «maestro eccellente» nonché ha ricordato l'orgoglio con il quale Pica parlava della sua esperienza di ufficiale dei carabinieri, prima di fare l'avvocato. Inevitabile poi anche un passaggio sulle capacità musicali con la fisarmonica.

Il presidente dell'ordine degli avvocati Vincenzo Galassi lo ricorda così: «È stato uno degli avvocati più in vista del foro per tanti anni, anche se adesso aveva lasciato la professione. Un ricordo? Sono le sue battute sagaci, era una persona dotata di ironia e anche di autoironia, con cui era sempre piacevole intrattenersi. Oltre all'indiscusso valore professionale ha esercitato la professione con capacità e grandi successi. Quando ho iniziato negli anni Ottanta e poi negli anni seguenti lui era uno degli avvocati che stava nei processi più importanti».