Anche gli Stati Uniti, come l'Italia, sembrano avere un "problema" coi lavoratori. Da noi spesso il mondo politico e certa stampa affermano che gli imprenditori non trovino lavoratori perché le persone, specialmente i giovani, preferisconostarea casa,ingenere col reddito di cittadinanza. Negli Usa deve succedere qualcosa di simile, visto che a Joe Biden, in conferenza stampa, è stato chiesto cosa direbbe alle imprese che dicono di non trovare manodopera. La risposta del presidente dem è stata molto semplice: "Pagateli di più". Salvo poi far intendere che forse ci sono anche troppe forme di sussidio che potrebbero portare i cittadini a preferire il divano di casa. Sul tema abbiamo raccolto il parere di Miriam Diurni, presidente di Unindustria Frosinone.

Presidente, è d'accordo con quanto affermato da Biden?
«Preliminarmente dobbiamo distinguere tra sistema economico e lavorativo europeo e statunitense, tra i quali esistono differenze davvero notevoli. Basti pensare che in questo momento negli Usa la paga base oraria è di 7 dollari e che chi arriva a 40 ore settimanali (il nostro tempo pieno) nonriesce comunquea portare a casa uno stipendio che gli consenta di vivere in modo dignitoso. Chiaro, quindi, che gli imprenditori dovrebbero fare uno sforzo, come sostiene Biden, e garantire salari più equi ai loro dipendenti e a chi si affaccia al mondo del lavoro. A quel punto ritengo che sarebbe più facile trovare mano d'opera».

E in merito agli "ammortizzatori sociali"? Biden ha affermato che forse sono troppi…
«Ritengo che sia giusto sostenere un lavoratore in momenti di particolare criticità, ma occorre farlo in modo intelligente, evitando che l'intervento straordinario diventi alla fine ordinario e ci si culli su un sostegno che non può mai dare piena dignità e pieno soddisfacimento delle proprie necessità. Un discorso che vale anche per l'Europa e l'Italia…».

Allora caliamoci nelle "beghe" del Bel Paese: qui com'è la situazione salari-sussidi?
«La definirei migliore rispetto a quella statunitense. Noi abbiamo salari più soddisfacenti grazie a contratti nazionali di lavoro figli di una costruttiva contrattazione fra tutte le parti sociali che tutelano la dignità dichi lavora. E la nostra associazione per prima è molto rigida in merito, nel senso che dai nostri associati pretendiamo, per far parte della nostra famiglia, di rispettare alla lettera quanto stabilito dai contratti nazionali».

E dei sussidi, invece, Reddito di Cittadinanza in primis, che ne pensa?
«Personalmente non sono totalmente contraria alla logica del Reddito di cittadinanza o di altre forme di aiuto. A mio avviso è giusto sostenere chi è in difficoltà ma ciò che mi lascia perplessa è l'elargizione "a pioggia" del Reddito, è questo che per me non va bene.
Il mio timore è che così facendo non si aiuti davvero la persona in difficoltà, giovani o fuoriusciti dal mercato dellavoro chesiano, perché c'è il pericolo concreto che si adagino, che facciano passare tempo senza adoperarsi per una effettiva ricollocazione sul mercato del lavoro. Inoltre, sussiste anche il rischio che non lavorando si perda l'autostima con gravissimi danni per se stessi. E non va nemmeno dimenticato il problema del lavoro nero, e qui faccio anche autocritica perché a volte è alimentato dagli stessi imprenditori, oltre che dai cittadini, una minoranza per fortuna, che incassano il sussidio e poi arrotondano con altri lavoretti "sommersi". Un doppio fronte sul quale bisognerebbe lavorare per migliorare entrambi. In definitiva, comunque, sono abbastanza d'accordo con i sostegni economici e nettamente contraria, ovviamente, a ogni forma di lavoro nero che come Unindustria combattiamo ogni giorno».

È vero che il lavoro non c'è più?
«No, non è assolutamente vero. Il lavoro esiste ancora ma è cambiato radicalmente. Non esiste più nella sua forma tradizionale, tipo grande industria sul modello Videocolor, ma si è evoluto verso forme sempre più accentuate di specializzazione. Le aziende oggi cercano persone qualificate, formate, specializzate. Ed è lì che a volte si incontrano difficoltà».

In quali settori si registrano le maggiori problematiche in merito?
«Sicuramente il meccatronico, poi il cartario (specie negli imballaggi) e nella logistica collegata con l'e-commerce. E' in questi ambiti che spesso, anche nella nostra provincia, non si trova personale perché occorronoquelle specializzazioni di cuidicevo prima e che ancora si fa fatica a individuare».

Come risolvere questa lacuna?
«Servono politiche attive del lavoro, formazione continua, specializzazioni e qualificazione della forza lavoro. In Italia, purtroppo, non esiste una cultura adeguata in merito. Prevale la logica secondo la quale appena finiti gli studi si cerca subito di entrare nel mondo del lavoro, quando invece servirebbe ancora investire tempo per acquisire altre nozioni e specializzarsi. Anche perché il mondo del lavoro oggi è molto flessibile e bisogna essere pronti a cambiare spesso occupazione. In ciò, poi, un ruolo fondamentale deve averlo il sistema scolastico che qui da noi, per fortuna, funziona abbastanza bene al riguardo».

Veniamo a due temi caldi dell'attualità provinciale.
Si riparla di aeroporto civile a Frosinone e poi il peso che la Ciociaria può avere all'interno del Consorzio Unico Industriale regionale. Qual è la sua posizione?
«Nel primo caso dico "speriamo". Per me qualsiasi opportunità per lo sviluppo del territorio è labenvenuta manon bisognamai fermarsi al singolo progetto ma guardare ad una progettualità di sistema. Personalmente applaudo a tutte le idee e proposte ma poi occorre adoperarsi affinché siano fattibili e lo siano in tempi brevi, altrimenti si fa la fine dell'Interporto.
Nel secondo caso sono certa che ilnostro territorioavrà unpeso importante nel Consorzio Unico. Del resto, le industrie sono qui, tra Frosinone e Cassino, poi a Latina e nellazona Aprilia-Pomezia. Qualcosa esiste anche a Rieti e Viterbo ma il grosso è nelle aree indicate. Il "peso" quindi ci sarà nella giusta proporzione»