La dipendenza affettiva è, come tutte le dipendenze, un modo di cercare al di fuori di noi stessi la stima, l'attenzione e l'amore che non sono stati percepiti quando eravamo bambini.
Un modo che il bambino utilizza per "sopravvivere" al dolore della separazione dai genitori o in presenza di genitori "assenti" emotivamente. Ad oggi la patologia è ancora più rafforzata dall'utilizzo spasmodico degli smarthphone in qualsiasi attività della nostra vita.
Ne abbiamo parlato con la dottoressa Tommasina Raponi, psicologa esperta di relazioni di coppia.

Dottoressa, cosa sono esattamente le dipendenze affettive?
«Possiamo definirle come una patologia del sentimento e del comportamento amoroso: l'innamorato patologico si lega alla persona oggetto del suo amore per dare soddisfazione sia alle esigenze amorose sia a contenuti a volte anche di odio. In questa passione convergono sia il flusso di amore in piena libertà sia un flusso meno sublime, una sorta di miscela amore-odio. La vittima avverte questa alternanza compulsiva fra questi due forti sentimenti e ne rimane prigioniero, soffrendo e non riuscendo a sganciarsi dalla relazione che si può definire senz'altro come tossica. In altre parole, il soggetto malato si annulla e si condanna a cercare sempre una nuova dipendenza».

Si tratta di una patologia molto diffusa?
«Purtroppo sì. Siamo in presenza di un numero sempre più crescente di persone che vivono queste dinamiche amorose tossiche, in cui l'esito finale sono sempre la sconfitta o la sofferenza. Ma nonostante questi dolori le persone affette da dipendenza affettiva si dedicano a questo sentimento, all'amore, con la stessa dedizione che si riserva alla propria fede, fino ad arrivare alla venerazione dell'altro. Aggiungerei che nella nostra società contemporanea la dipendenza affettiva è molto diffusa perché viviamo in un contesto definito da molti come altamente narcisistico. E' come se la persona invece di entrare in relazione con l'altro, invece di guardarlo per quello che è, sostanzialmente lo ignorasse per entrare in relazione solo con se stesso. E infatti una relazione d'amore che ha a che fare con queste forme di dipendenza è quasi sempre associata anche al narcisismo della vittima stessa».

Come si manifesta, quali sono i sintomi?
«Esistono cinque criteri per farci comprendere che siamo vittime di dipendenza affettiva: 1. l'esistenza di una sindrome da astinenza dell'amato/a alla quale si associano una grande sofferenza e bisogno compulsivo della presenza della persona amata; 2. quantità considerevole di tempo che spendiamo per questa relazione sia in presenza sia in pensiero; 3. riduzione di tutte le attività sociali, di svago e professionali che prima dell'insorgenza della patologia eravamo soliti avere; 4. desiderio persistente, anche infruttuoso, di ridurre o controllare la relazione; 5 ricerca della relazione a tutti i costi, anche se poi la stessa ci crea problemi».

Si può tracciare un identikit delle persone che maggiormente restano vittime di questa patologia?
«Non esiste una differenziazione di genere, ceto sociale o culturale. Si tratta in prevalenza di persone che hanno tutte le caratteristiche tipiche della dipendenza, con personalità dipendente per natura e con molte analogie con chi finisce nelle forme più "classiche" di tossicodipendenza».

La dipendenza affettiva si sviluppa solo con il partner in una relazione sentimentale o può concretizzarsi anche con altre persone: amici, parenti, colleghi di lavoro o altro ancora?
«Ovviamente la casistica si riferisce in particolare a chi ha un legame affettivo di innamoramento. Chi finisce in questo tunnel si sente inadeguato, soffre, ha il terrore costante di essere abbandonato. E tale paura assume anch'essa i contorni di una vera patologia: si tende quindi a un forte tentativo di controllare l'altro in tutti i momenti della sua vita, sia quella reale sia, forse ancora di più, quella virtuale vissuta sui social. Il dispendio di energie psico-fisiche è enorme: la persona malata tende in mille modi a rendere duratura e stabile la relazione e così facendo spesso si annienta pur di compiere questo sforzo».

In psicologia come viene definito chi è affetto da dipendenza affettiva?
«Li inseriamo nella categoria dei soggetti con forte disturbo della personalità, tendenti a sviluppare fin da giovani forme di dipendenza da altre persone secondo schemi che poi ripetono nel corso della loro vita. E' come se non riuscissero a vivere in maniera autonoma, hanno sempre bisogno di rassicurazioni e non sanno stare da soli».

Come se ne esce?
«Occorre innanzitutto un trattamento psico-terapeutico mirato ed efficace. L'obiettivo deve essere quello di affrontare la sofferenza attuale della persona e di risolvere questo dolore anche in termini di sintomi che sono spesso molto forti, chi c'è dentro sta male, malissimo, e arriva a soffrire anche di disfunzioni comportamentali. Il secondo obiettivo è individuare le cause alla base del malessere per poi curarle nella maniera più adeguata. Va detto che di frequente dietro queste patologie si annidano esperienze precoci di abbandono o trascuratezza in termini di attenzioni fisiche e di trattamento ricevuti da piccoli».

È possibile che la dipendenza affettiva si protragga anche dopo la fine di una relazione amorosa?
«Certo, perché si resta comunque "prigionieri" dell'idea dell'altro, che spesso viene idealizzato ed eroicizzato. Oppure, altrettanto spesso, si finisce dritti dentro un'altra dipendenza e relazione tossica, visto che si va a cercare un nuovo partner con caratteristiche simili a quelle del precedente».

Il contesto provinciale aiuta o peggiora il quadro delle dipendenze affettive?
«Non esiste un significativo discostamento dalla media nazionale perché questo tipo di patologie non ha caratteristiche legate a genere, ceto sociale, cultura, residenza o status economico».