Processo Mollicone, ancora vent'anni di misteri in aula. Dal telefonino di Serena scomparso, poi misteriosamente riapparso nella sua stanza con il traffico dati fermo a quasi un mese prima, all'hashish trovato in un cassetto nella seconda, forse terza perquisizione. Dal numero "666" al cinquantaduesimo posto tra i contatti nel suo cellulare con il nominativo "diavolo" all'estensione delle indagini anche a Guglielmo. Che fu intercettato. E ieri un'altra novità: non sarebbe stata un'idea del maresciallo Mottola prelevare Guglielmo durante i funerali della figlia. Ma un ordine impartito dal colonnello (allora capitano) Trombetti, a capo della caserma di Arce su disposizione dell'autorità giudiziaria.

Non fu un ordine di Mottola
Che non fu un ordine di Mottola prelevare Guglielmo durante le esequie, la precisazione arriva in aula dopo vent'anni. Per tutto questo tempo l'Italia intera ha avuto negli occhi Guglielmo nel pieno della cerimonia funebre trasferito in caserma. Una scelta che gettò sul maestro la peggiore delle calunnie: l'ombra del sospetto. Un'ombra certamente cancellata dalla sua vita specchiata e dalla sua forza morale oltre che dalle stesse indagini. A riferirlo in aula ieri mattina, in un'udienza fiume, proprio il capitano Trombetti, allora a capo della Compagnia di Pontecorvo. Non fu il maresciallo Franco Mottola (imputato con il figlio Marco e la moglie Anna Maria, agli ufficiali Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano) a dare l'ordine. Lo eseguì. Restano, comunque, ancora punti di domanda aperti: chi chiese di prelevare Guglielmo e perché.

E chi stabilì per quanto tempo trattenerlo. Quel «lo comandai io come richiesto dall'autorità giudiziaria» con un riferimento vago all'allora procuratore Izzo (che non può essere ascoltato come testimone perché condusse le indagini) non spiega. Né è stata spiegata, nonostante le domande incalzanti delle difese di parte civile - gli avvocati Dario De Santis e Sandro Salera in primis - non solo la motivazione che spinse a prelevare un padre durante lo straziante addio alla figlia trovata ammazzata, mani e piedi legati, testa avvolta da un sacchetto. Gettata tra i rovi, accanto ai rifiuti. Ma nemmeno chi scelse la «tempistica delle attività urgenti. Urgenti per quale motivo?» tali da implicare l'assenza di Guglielmo in chiesa. «Questione più morale» ribadiscono le difese di parte civile. Elemento non secondario, invece, per la difesa Mottola.

Medium, ipotesi e satanismo
Nell'udienza fiume di ieri - in cui sono stati ascoltati alcuni militari che parteciparono alle indagini come Sperati, il luogotenete Mastantuoni e Tosti del Ris (che eseguì le analisi sul cellulare) sono stati ripercorsi attività, piste e rilievi. È emerso che anche Guglielmo e una stretta cerchia delle amiche di Serena vennero messi sotto intercettazione. Da cui ovviamente non emerse nulla. Perquisizioni a casa dei familiari, persino in quella del nonno di Serena: battuta pure la pista familiare. Oltre a quella della droga, in un piccolo centro dove si moriva di overdose e dove, come riferito in aula, non mancavano i collegamenti con il Casertano.

Dopo il rinvenimento del corpo di Serena, mostrato ancora una volta in aula con il sacchetto di plastica sulla testa tagliato per la prima volta dal medico legale per l'autopsia, si creò il pool. «Dopo una prima fase in cui eravamo tutti allarmati, cominciammo a pensare. Si creò un pool investigativo, io ne avevo la guida - racconta Trombetti - Prima di scoprire che fosse stata uccisa iniziammo ad eseguire una serie di attività. Ci concentrammo su un gruppo di ragazze, le amiche più strette di Serena. Intercettammo pure Guglielmo. Scandagliammo la vita del fidanzato. Non riuscivamo a capacitarci di come fosse possibile che neppure un dettaglio fosse in grado di "svelare" la mano del colpevole.

L'efferatezza del delitto era una nota stonata con la quiete del paese». La ragazza che viene scambiata per Serena, l'auto - prima rossa, poi bianca - cercata. Persino l'intervento di una medium, con la pista satanica, che prese forza soprattutto dopo il rinvenimento del telefono nel comò riapparso dopo oltre una settimana con il "666" in rubrica. «Ricordo che si parlava di messe nere, la gente era spaventata. Venne contattata anche una medium che ci fece perdere molto tempo. Venne sospettato persino lo scrittore Alberto Bevilacqua».

«Non ero a conoscenza di attività di spaccio da parte di Marco Mottola - prosegue l'allora capitano - le attività sul territorio erano state diverse, girava tanta droga». Un fiume in piena. Le richieste di trasferimento di Quatrale, le attività amministrative delle stazioni. E poi quella perquisizione del 6 luglio a casa Mollicone, l'ennesima e quel pezzo di hashish vecchio (dicono i militari) "comparso" improvvisamente in un cassetto.
Indagini difficili: il Ris non riuscì a stabilire come e quando sia stato inserito quel "666" su un cellulare vecchio tipo, che per farlo funzionare serviva un elastico per garantire il contatto. In aula ancora tanti, troppi misteri.