Violenza di genere: donne sottoposte a mille angherie e soprusi, dalla violenza fisica con i tanti femminicidi a quella psicologica, economica o domestica. Fenomeni purtroppo in costante aumento, come dimostrano le ricorrenti notizie di cronaca, e che non risparmiano la provincia di Frosinone. Ne abbiamo parlato con Francesca Cerquozzi, Consigliera comunale di Veroli, responsabile diritti del Circolo Pd di Frosinone e consulente al Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio.

Prima domanda d'obbligo: com'è la situazione in Ciociaria in riferimento alla violenza di genere?
«Il nostro territorio è di fatto in linea con quanto accade a livello nazionale. E come è avvenuto in tutta Italia, anche da noi con la pandemia i numeri delle donne che hanno subito abusi sono cresciuti in modo significativo, come dimostrato dalle cifre contenute nel rapporto Istat diffuso pochi giorni fa. Ciò è stato dovuto al fatto che con i ripetuti lockdown le donne sono state costrette ad essere più a contatto con mariti o compagni violenti e quindi le liti e le conseguenze ad esse connesse sono aumentate esponenzialmente. C'è comunque da rilevare che, per fortuna, sono aumentate specularmente anche le denunce da parte delle vittime dei soprusi. E ciò è avvenuto attraverso i canali ufficiali, istituzionali, dove lavorano professionisti del settore che, grazie alla loro specifica formazione, sono in grado di fornire la giusta assistenza alle donne.

Un lavoro che inizia con il primo approccio con le vittime, poi seguite durante tutto il percorso, fino alla delicata fase processuale, nella quale non sono rari i casi di "vittimizzazione secondaria" o di "criminalizzazione della parte lesa": le donne denuncianti, troppo spesso, sono costrette a difendersi da magistrati e avvocati "maschilisti" che le sottopongono a domande subdole e del tutto inopportune. Ecco perché occorre denunciare e farlo agli enti e alle istituzioni ufficiali».

Dunque, in provincia non c'è alcuna differenza rispetto al contesto nazionale…
«Pur essendo l'ambiente molto più ristretto poi, in effetti, il quadro non cambia molto. Forse le donne faticano un po' di più a denunciare, vittime anche di stereotipi più radicati (su tutti quello che le vuole in casa mentre gli uomini al lavoro) e di una cultura ancora troppo patriarcale. Però devo dire che negli ultimi anni anche da noi sono stati fatti notevoli e significativi passi in avanti».

Come cambiare le cose?
«Servono interventi multidisciplinari e a più livelli partendo innanzitutto dalla prevenzione. E in questo contesto bisogna lavorare molto: nelle scuole, con campagne di sensibilizzazione, con la pubblicizzazione dei servizi offerti alle donne vittime di violenze, con manifestazioni e quant'altro. E poi è indispensabile, come si sta iniziando a fare, lavorare molto sugli uomini. Noi come Pd il 25 novembre scorso - in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne - abbiamo realizzato un video in cui diverse figure maschili prendono le distanze dagli uomini violenti. L'impatto è stato molto forte ed ha avuto buoni risultati».

Quali sono le forme più ricorrenti di violenza sulle donne?
«Va detto subito che non esiste solo la violenza sessuale in senso stretto, anche se capisco che sono questi gli episodi che fanno maggiormente scalpore. Ci sono purtroppo altre forme di violenza che fanno male quanto la prima: mi riferisco a quella domestica, a quella psicologica (che può lasciare strascichi per tanti anni) e a quella economica, in cui le donne, non autonome finanziariamente, vengono mortificate e vessate dagli uomini che sotto il ricatto dei soldi le riducono in uno stato di vera schiavitù mentale».

Una donna come può prevenire le varie forme di violenza?
«Il primo passo è quello di rendersi indipendenti economicamente e a questo occorre ovviamente pensare per tempo, quando si è ancora ragazze, affinché non si incappi poi in rapporti in cui uomini narcisisti le costringano a subire tutti i loro voleri, in tutti i campi, brandendo l'arma del denaro. Quindi, devono rivendicare con forza, fin dai primi passi del rapporto con un uomo, i propri spazi di libertà, il proprio tempo, le proprie amicizie e tutto quello che è il loro mondo, mettendo subito i paletti nella relazione a due. Altro passo fondamentale è quello di far capire al proprio uomo la necessità di condividere il "lavoro di cura", vale a dire i lavori casalinghi, così che nella coppia si instauri un rapporto paritario sgombrando subito il campo dallo stereotipo che, come dicevo prima, vorrebbe l'uomo al lavoro e la donna in casa tra fornelli e figli. E durante i vari lockdown per le donne questo aspetto si è amplificato…».

Ci spieghi meglio…
«Voglio dire che dal marzo 2020 in poi, attraverso le ripetute quarantene, sulle donne è ricaduta la maggior parte del peso dei lavori casalinghi e della cura dei figli. E la conseguenza è stata che tante di loro hanno dovuto lasciare il lavoro per far fronte agli impegni raddoppiati. Ne è scaturito un sensibile aumento della disoccupazione femminile alla quale sarà difficile porre rimedio in tempi brevi. Ecco perché ribadisco l'assoluta necessità di un radicale cambio di passo e di un deciso mutamento culturale che ponga donne e uomini sullo stesso piano».

Le istituzioni, di cui lei è parte integrante, fanno abbastanza?
«Posso affermare che sono sicuramente in campo ma che, comunque, occorre fare molto e sempre di più. Per combattere la violenza di genere serve un approccio pluridisciplinare. Non basta che si facciano le leggi giuste, purtroppo non serve solo questo: bisogna fare di più con azioni incisive che abbiano come protagonisti tanti "attori". In merito, mercoledì 19 la Regione Lazio, prima in Italia, ha approvato una legge sulla "parità salariale" che dà una spinta importante al riconoscimento del lavoro femminile. Ora bisognerà tradurne i punti cardine in fatti».