Ex dipendente di Federlazio pagata troppo poco intenta causa per veder riconosciuto un risarcimento. E vince. Ma l'associazione di categoria propone appello: anche in secondo grado la ragione è della ex dipendente . E passa il principio (tutt'oggi in discussione) che poco più di quattro euro l'ora sia una paga anticostituzionale. Torna così alla ribalta il confronto aperto sul salario minimo legale, tema di grande attualità ancor più in questi periodi di grave crisi economica.

I fatti e le scelte
La vicenda trae origine dalla causa intentata da una quarantenne di Cassino dopo la chiusura diversi anni fa della sede Federlazio nella città martire, con la fine del rapporto lavorativo. Ma la dipendente, attraverso gli avvocati Christian Cifalitti e Barbara Schiavi, non aveva impugnato il licenziamento bensì aveva chiesto che fosse riconosciuta la differenza retributiva: troppo bassa la paga stabilita per lei. Già il giudice del lavoro di Cassino, in accoglimento delle istanze della difesa, aveva ritenuto quei 4 euro lordi (o poco più) l'ora fossero una cifra irrisoria.

Una valutazione che aveva fatto anche riferimento alle mansioni ricoperte: quindi, a pesare, non solo la quantità (contratto part-time) ma anche la qualità del lavoro svolto. E aveva condannato Federlazio al risarcimento per una cifra che sfiorava i 15.000 euro.
L'associazione di categoria si è opposta, presentando appello. Nei giorni scorsi la decisione e la conferma della sentenza di primo grado. Le difese, anche in sede d'appello, hanno sottolineato che il nodo fondamentale in assenza ancora di una linea chiara, ma in fase di discussione, del salario minimo legale sia sempre rappresentato dall'articolo 36 della Costituzione che stabilisce che il lavoratore «ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa».

Nel caso di specie, la ex dipendente (come dimostrato attraverso varie prove testimoniali) svolgeva molte più mansioni di quelle indicate formalmente. Sembrerebbe essere valso il principio che laddove il rapporto di lavoro non sia regolato da un contratto collettivo di diritto comune proprio di un settore, il giudice per valutare la sufficienza della retribuzione (ai sensi dell'art. 36 della Costituzione) può utilizzare la disciplina collettiva come criterio orientativo. Attese ora le motivazioni.