Partecipare da protagonisti alla costruzione della filiera dei vaccini italiani. La provincia di Frosinone ha le carte in regola per centrare questo obiettivo. Per un motivo soprattutto: l'eccellenza del settore chimico-farmaceutico. Il Governo Draghi ha intenzione di iniziare, entro l'anno, la produzione in Italia del cosiddetto "bulk": si tratta del principio attivo e degli altri componenti del vaccino. Oltre che dell'infialamento ad opera di imprese che operano in Italia.

Il peso della provincia
Qualche settimana fa Il Sole 24 Ore, in un interessante articolo, spiegò che ci sono dieci aziende in corsa per costruire la filiera dei vaccini italiani. Con riferimento all'avvio della fase produttiva, che dovrebbe iniziare fra tre-quattro mesi. E che il Governo ha già messo sul tavolo 400 milioni di euro di incentivi per puntare all'autosufficienza vaccinale entro l'autunno. Ha scritto Il Sole 24 Ore: «Ci sono inoltre le eccellenze del distretto laziale, a partire dalla Catalent che ad Anagni infiala AstraZeneca e il nuovo Johnson & Johnson e sempre qui oltre allo stabilimento del colosso francese Sanofi che lavora al suo vaccino c'è la Acs Dobfar. Su questa e sulla Biomedica Foscama di Ferentino nei giorni scorsi sono stati puntati i riflettori per una possibile produzione del siero russo Sputnik». Insomma, la provincia di Frosinone ha le carte in regola.

Sempre Il Sole: «Una accelerazione necessaria anche per farsi trovare pronti nella più ampia strategia europea sui vaccini a cui sta lavorando Bruxelles che potrebbe trattare direttamente con le aziende la cessione dei brevetti. Per il ministro Giorgetti questo ormai è un settore cruciale dopo l'abbandono degli ultimi anni e va ricreato anche con una forte collaborazione tra pubblico e privato: "Penso che ci sia la possibilità in tempi medi di una produzione nazionale per il vaccino, possibile per l'autunno - ha spiegato durante l'evento del Sole 24 Ore dello scorso 25 marzo -. Questo significa che dobbiamo porre le basi oggi per essere autonomi domani".

La dote per incentivare la ricerca e la riconversione produttiva è, almeno per il momento, di 400 milioni. Duecento milioni derivano da fondi già nel bilancio del ministro dello sviluppo economico e diventati disponibili con il decreto ministeriale firmato dal ministro Giancarlo Giorgetti l'8 marzo. Poi il decreto legge "sostegni" ha previsto ulteriori 200 milioni, a valere sui contratti di sviluppo gestiti da Invitalia, per poli di alta specializzazione». All'orizzonte si vede il punto di caduta dell'intera strategia: la riconversione del settore biofarmaceutico finalizzata alla produzione di nuovi vaccini ma anche farmaci. E non soltanto contro il Covi, ma pure per contrastare altre patologie.

La vocazione territoriale
Alessio D'Amato, assessore alla sanità della Regione Lazio, ha più volte sottolineato: «Nel nostro territorio ci sono diverse strutture, e penso solo per citarne alcune ai distretti di Anagni e Ferentino, in grado di produrre il vaccino, sia esso a Rna messaggero, come Pfizer o Moderna, o a struttura adenovirale, come invece AstraZeneca, Sputnik e Johnson & Johnson». E ancora: «Il Lazio ha un polo farmaceutico importante, trainato dalle province di Latina e Frosinone. Su questo non c'è dubbio. Certamente bisognerebbe tenere presenti tanti aspetti: dai brevetti ai tempi. Però nelle province di Frosinone e Latina ci sono tante aziende che possono produrre il vaccino con la formula "in conto terzi".

È una partita che vale la pena di giocare. Nel Basso Lazio ci sono stabilimenti in grado di produrre sia vaccini adenovirali che a Rna messaggero». Ci sono cioè tutte le condizioni affinché la provincia di Frosinone possa provare a giocare questa partita fino in fondo. D'altronde l'idea di un gigantesco hub anti-Covid che parte da Pomezia e arriva a Ferentino è stata avanzata più volte e ad ogni livello. E già prima della pandemia il distretto farmaceutico del Lazio primeggiava nell'export. In queste condizioni ancora di più. La Uil ha analizzato recentemente il mercato del lavoro della provincia di Frosinone.

Anita Tarquini, segretario provinciale della Uil, ha notato: «I numeri della a Ciociaria che emergono dal dossier devono essere il punto di partenza per ricostruire il futuro, il dopo pandemia. Se la vocazione manifatturiera del territorio e la specializzazione di alcuni comparti ha permesso all'economia della provincia di resistere alle ricadute economiche dell'emergenza sanitaria, è evidente che su questi settori vanno concentrati gli sforzi affinché diventino sempre più innovativi e quindi competitivi. Un esempio concreto è il settore chimico farmaceutico, che è già in grado di produrre i vaccini anticovid.

Un settore che, con oltre 4,4 miliardi di euro di esportazioni, rappresenta i due terzi delle vendite all'estero della provincia, contribuendo per il 40 per cento all'export settoriale della regione (per il 55,8% generato dalla vicina Latina). E se la pandemia ha penalizzato i giovani e le donne, è altrettanto evidente che su loro bisognerà concentrare gli sforzi per assicurare un futuro dignitoso a migliaia di persone. Il rischio che non possiamo correre è di sedersi su risultati parziali che però non assicurano una crescita economica strutturale».

Il gioco di squadra
Serve naturalmente un'azione congiunta i tutti gli "attori" del territorio: la classe politica, quella delle associazioni di categoria e delle forze sociali. Ma pure degli amministratori. In un momento del genere la Ciociaria non può che puntare su questo per provare ad agganciare il treno della ripresa. Anche perché la produzione dei vaccini non terminerà certamente in tempi brevi.