Fireworks, l'associazione per lo spaccio alla finestrella del Casermone c'era. E per questo la Cassazione ha confermato le condanne di secondo grado.
Dopo la sentenza definitiva di febbraio (a carico di Gerardo e Mirko Valenti, Gianpaolo, Giovanni e Antonio Scuderi, Omar Iaboni, Giuseppe Fiorillo, Giuseppe Liburdi, Marco Magliocchetti, Mirko Celani, Massimo Frattali, Gerardo Ruspantini, Juri Ceani e Alessandro Reffe) la Cassazione ha depositato le motivazioni. Per prima cosa, è stato confermato il vincolo associativo. Così i magistrati della Suprema corte hanno motivato il rigetto degli appelli delle difese: «Con una doppia decisione conforme i giudici di merito hanno ritenuto certamente sussistenti i caratteri del reato associativo contestato».

Si parla di «molteplici, e del tutto convergenti, fonti di prova acquisite (numerosissime e chiarissime conversazioni intercettate tra i ricorrenti e/o tra altri sodali, l'attività di monitoraggio della situazione da parte delle forze di polizia protrattasi per oltre un anno, i controlli "a campione" nel corso della stessa compiuti sui numerosissimi acquirenti di droga, le perquisizioni ed i sequestri effettuati nel maggio/giugno 2015), la sentenza impugnata del tutto logicamente descrive il quadro di un'organizzazione criminale, strutturata in modo verticistico, a cui aderivano, con ruoli e compiti ben definiti, decine di persone che stabilmente, e del tutto consapevolmente, gestivano in modo associato una particolarissima piazza di spaccio all'interno di un edificio di case popolari (il "casermone")».

E ancora: nell'androne «era stato ricavato un bugigattolo, difeso da una porta blindata e destinato ad ospitare il sodale che, a turno, coprendosi tutte le 24 ore della giornata, provvedeva alle cessioni di stupefacente attraverso una finestra (c.d. "finestrella"), protetta da inferriata con vetro oscurato (che impediva agli acquirenti di vedere chi stava all'interno), nel quale era stato ricavato un buco per il passaggio del denaro e dello stupefacente».

Gli acquirenti affluivano a tutte le ore, «per un incasso giornaliero che andava da poco meno di 10.000 a quasi 40.000 euro» ed erano introdotti dalla «"vedetta" per scongiurare interventi di polizia». e Lì acquistavano «crack, cocaina, hashish o marijuana. Le decine di sodali si alternavano nel posto vendita alla finestrella e nei ruoli di vedetta all'esterno coprendo, tre turni giornalieri di otto ore, durante i quali gli stessi erano coordinati e sorvegliati da un capoturno che impartiva ordini e rilevava eventuali inosservanze alle rigide regole (anche scritte) fissate». C'erano poi gli «incaricati della custodia dello stupefacente e/o del confezionamento in dosi, presso le rispettive abitazioni ubicate nel medesimo stabile.

I capi dell'organizzazione, oltre ad occuparsi degli acquisti dello stupefacente (nell'arco di tempo oggetto di indagine sono stati accertati tre diversi canali di approvvigionamento, anche contestualmente utilizzati), ad assumere le principale decisioni organizzative e a sovraintendere allo svolgimento delle operazioni dei sottoposti, applicavano (ovvero revocavano) ai sodali sanzioni pecuniarie nel caso di violazione delle regole e, nei casi più gravi, disponevano addirittura la temporanea sospensione del servizio».

La Cassazione descrive «una vera e propria "azienda", caratterizzata dalla dotazione di sede operativa di spaccio, dalla disponibilità di ingenti risorse economiche che consentivano il costante approvvigionamento, in significativa quantità, degli stupefacenti trattati, da un chiaro organigramma che coinvolgeva 30-35 persone, da rigide e precise regole di condotta e di retribuzione per i compiti da ciascuno svolti, da un senso di appartenenza alla societas (cementato anche dai legami parentali che intercorrevano tra molti degli affiliati) chiaramente emergente dalle conversazioni intercettate, il tutto finalizzato alla commissione di una serie indeterminata (ancorché ripetitiva e sempre uguale quanto alle collaudate modalità di compimento) di reati di spaccio di stupefacenti». Per i giudici si tratta di «un caso praticamente di scuola di associazione» finalizzata allo spaccio.

Quanto ai ruoli dei principali condannati, la Corte rileva per Gerardo Valenti «il ruolo apicale dal medesimo rivestito in seno al sodalizio, anche operativamente, essendo in quel periodo il figlio Mirko - che con lui condivideva la principale posizione di comando - spesso assente dal territorio perché dimorante in Spagna».

Gianpaolo Scuderi, viene indicato «fiduciario dei Valenti», con i quali condivideva «ruoli di gerarchica sovraordinazione e direzione rispetto all'operato degli altri sodali e ruoli organizzativi ben diversi da quelli dei semplici partecipi». Quanto a Mirko Valenti, la Corte rileva: «è stato il promotore del sodalizio criminoso». E quando si è spostato in Spagna, «ha lasciato a dirigere l'organizzazione il padre Gerardo ed il cognato Gianpaolo Scuderi, continuando tuttavia - sia mantenendo a distanza i contatti, sia tornando periodicamente in Italia - a sovrintendere alla stessa».

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