Era un mercoledì, tiepido, con un sole primaverile a scaldare l'aria di un pomeriggio come tanti. Mancavano pochi giorni a Pasqua e la giornata procedeva come tante altre. Poi, all'improvviso, il sorriso di Gabriel non c'era più, il futuro sparito, la vita spezzata così, come si coglie distrattamente un meraviglioso fiore dal campo, delicato e forte nell'erba, debole e appassito nella mano. Pochi istanti che fanno la differenza.

Chissà cosa sarebbe potuto essere di Gabriel, il bambino che amava i vigili del fuoco e le merendine al cioccolato, cosa sarebbe potuto diventare, un bambino curioso, un adolescente ribelle, un ragazzo simpatico, un padre amorevole e un marito innamorato. Idee, ipotesi, ma di certo c'è che Gabriel non potrà scegliere di essere niente di tutto questo perché qualcuno ha scelto per lui, e quella scelta lo ha strappato alla vita.

La ricostruzione
Gabriel Feroleto, poco più di due anni, muore soffocato a pochi passi da casa perché piangeva. In manette finiscono prima la madre, Donatella Di Bona, di Piedimonte e poi il padre, Nicola Feroleto. Indagini lampo e difficili, affidate ai militari e coordinate dai pm Bulgarini e Maisto: falsi alibi, ritrattazioni, accuse reciproche. I due genitori scelgono riti differenti: la madre un abbreviato condizionato alla perizia psichiatrica (che la riterrà capace di intendere e volere) e il padre un ordinario.

Le testimonianze in aula sono terribili: perizie e consulenti non risparmiano nulla. Donatella, ascoltata in dibattimento come testimone del processo a carico di Nicola, racconta senza veli come avrebbe ucciso il figlio. Lui, invece, nega sempre. I procedimenti vanno avanti in modo parallelo, a ritmo serrato. Lei viene condannata a trent'anni di reclusione. Lui, otto giorni dopo, all'ergastolo. Era novembre del 2020. 

Quella terribile giornata
Una chiamata al 118, una madre disperata che racconta di un investimento del figlio piccolo. Immediati i soccorsi, sul posto atterra un'eliambulanza, a pochi metri dal piazzale antistante la casa di Gabriel.
Il vicinato si riversa in strada. Inutile ogni tentativo disperato di salvare il bambino. Le nuvole coprono il sole, il cielo si fa grigio, la pioggia inizia a scendere, quasi come se la natura stessa fosse consapevole di quella morte, quella di un bambino.

I carabinieri lavorano a ritmo serrato, ascoltano la madre, cercano di ricostruire i vari tasselli, quell'incidente raccontato non convince. Quell'auto pirata che avrebbe travolto il piccolo, i luoghi.
L'area viene transennata per mantenere lontano la stampa e i curiosi, subito si capisce che la storia è molto più complessa di quello che sembra.

Nei giorni seguenti diversi i pettegolezzi che si sono rincorsi "La situazione poteva essere gestita", "Si sarebbe potuto evitare il peggio", "Se solo qualcuno fosse intervenuto prima". Il senno di poi, con quello non si riporta in vita Gabriel. La casetta della Volla è vuota, nessuna risata di Gabriel a riempirla, quel camioncino di plastica colorata fermo nel tempo a ricordare la breve, importante, sacrificata vita di un bambino che non ha avuto il tempo di diventare uomo.