In meno di un mese già sedici i pazienti trattati dall'Asl di Frosinone con la terapia monoclonale. La notizia arriva in un giorno in cui, da una parte, i numeri del Covid continuano la discesa verso il basso (ieri 82 positivi, 152 negativizzati), ma, dall'altra, ancora alto rimane il dato delle vittime, 4. Dopo la guarigione di madre e figlia, trattate con le monoclonali, la Asl di Frosinone ha raccontato la storia di Mario e Paola, marito e moglie, anche loro sottoposti alla stessa terapia. Il tuto in attesa di partire, dopo il capoluogo, anche a Cassino.

«Ieri (lunedì, ndr) il signor Mario è stato sottoposto alla terapia con gli anticorpi monoclonali. Oggi (ieri, ndr) l'appuntamento è per Paola, sua moglie». Si tratta di «pazienti con gravi fattori di rischio, quindi candidabili a questa terapia che è limitata a precise tipologie di pazienti, che hanno un'alta probabilità di peggioramento - fanno sapere dalla direzione generale della Asl - Gli anticorpi monoclonali impediscono il danno d'organo e quindi la degenerazione della malattia con insufficienza respiratoria severa, con la necessità di ricovero in ospedale e eventualmente nella terapia intensiva».

Katia Casinelli, primario del reparto di Malattie Infettive e responsabile del Centro di somministrazione degli anticorpi monoclonali all'ospedale di Frosinone spiega: «Sono pazienti, con gravi fattori di rischio, ma con una forma iniziale della malattia, senza necessità di ossigeno. Gli anticorpi monoclonali sono proteine in grado di neutralizzare gli antigeni, cioè quelle sostanze estranee all'organismo come virus e batteri. Le persone destinatarie della terapia dovranno avere l'infezione da non più di 10 giorni e presentare una sintomatologia lieve o moderata, tale da non richiedere la somministrazione di ossigeno ed è fondamentale la correttezza della diagnosi e la rapidità di comunicazione da parte del medico di medicina generale».
Rosalba Cipriani, responsabile del coordinamento operativo, aggiunge: «L'infusione dura un'ora. Dopo il paziente rimane in osservazione per un'altra ora e finalmente può tornare a casa, dove verrà costantemente monitorato da noi, per un mese, con telefonate ogni dieci giorni».

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