Una banale caduta in casa. La telefonata al 118 e l'arrivo dell'ambulanza. La corsa in ospedale, il pronto soccorso, la visita, il referto. Otto costole rotte. E la scoperta di essere positivo al Coronavirus. Una polmonite bilaterale probabilmente di origine batterica aggravata però dal Covid. Quindi l'immediato ricovero.
Con tutti i sentimenti e le emozioni che una situazione del genere inevitabilmente comporta.

È trascorso un po' di tempo, l'esperienza del virus, seppur traumatica, è soltanto un'altra storia da raccontare. E Dheni Paris lo fa volentieri, cominciando proprio da quella notte.

Ecco, partiamo dalle sensazioni. L'ospedale, le sirene delle ambulanze i malati che aspettano, l'attesa dei familiari che spesso non riescono ad avere notizie. Sicuramente anche la paura…
«Sono cose che bisogna vedere con i propri occhi. I ricoverati in corsia, tantissima gente in attesa, i malati dentro le ambulanze che continuano ad arrivare, le barelle insufficienti e sì, anche la paura, lo smarrimento, il terrore. Per molti malati il Covid è un incubo, un vero e proprio inferno».

Un inferno dal quale sempre più persone riescono a uscire. Come stai oggi?
«Bene. Al di là della polmonite ho avuto la fortuna di avere una forma piuttosto leggera della malattia, senza gravi problemi respiratori. Secondo i dottori che mi hanno seguito è stato essenziale, in passato, anche il fatto di aver svolto un'attività sportiva importante. Il Covid è una brutta bestia, troppo spesso, soprattutto nei mesi passati, colpevolmente sottovalutata. È chiaro, e questo i medici lo dicono da sempre, in un corpo debilitato trova terreno fertile. Non a caso le vittime sono spesso anziani, immunodepressi, persone con altre patologie significative che non riescono a superare i momenti più critici».

Come sono stati i giorni del ricovero?
«Il mattino dopo sono stato spostato nella tenda, proprio davanti al pronto soccorso dell'ospedale "Fabrizio Spaziani" di Frosinone, in attesa del trasferimento in una clinica. È stato qui che ho visto le scene più strazianti, malati nei lettini con l'ossigeno, tantissimi che avevano difficoltà a respirare, che chiedevano aiuto, con dottori e infermieri che non hanno smesso di fermarsi. Mai. Quando sei ricoverato ti rendi conto di essere davvero solo, isolato dal mondo e in più senza il conforto dei familiari e degli amici. Ho trascorso cinque giorni nella clinica "Villa Gioia" di Sora. Tutto il personale è stato fantastico. Non si sbaglia a chiamarli "angeli"».

Medici e infermieri, i veri eroi in questa drammatica lotta alla pandemia…
«Troppo spesso lo diamo per scontato, lo dimentichiamo anche. Stanno facendo tutti un lavoro encomiabile. Sempre operativi, vigili, pronti a dare una parola di conforto. Non smetterò mai di ringraziare gli operatori ospedalieri per il loro impegno e i loro sacrifici.
La cosa assurda è che difficilmente potremmo riconoscerli per strada considerando che all'interno delle strutture non abbiamo avuto modo di vederli in viso, erano "soltanto" un nome scritto col pennarello sulle tute bianche».

Il Covid ha colpito anche alcuni tuoi familiari…
«Sì, e fortunatamente lo hanno superato. Dobbiamo capire che questo virus non guarda in faccia a nessuno.
Ecco perché trovo assurdo che ancora oggi, a più di un anno dall'inizio dell'emergenza, ci sia gente che ha il coraggio di dire che il virus non esiste, che è una semplice influenza. Peggio ancora quando "si grida all'untore". Abbiamo capito che per infettarsi basta poco, anzi, pochissimo, è sufficiente un piccolo errore.
E abbassare la guardia può essere fatale per chiunque».

Quando sarà il tuo turno ti vaccinerai?
«Certo. Ho sessant'anni e quando toccherà a me lo farò. Come me tutti quelli che sanno cos'è il Covid perché lo hanno vissuto sulla propria pelle non vedono l'ora di essere vaccinati. È inconcepibile l'atteggiamento dei no-vax e penso che sia giusto rendere obbligatorio il vaccino per tutti gli operatori sanitari, medici, infermieri e chiunque lavori nelle ospedali e nelle strutture».