Numeri, dati, schemi, il Covid per molti è diventato un grafico, qualcosa di distante, il mostro che condiziona la quotidianità e che ci obbliga a indossare mascherine e a stare lontani da chi amiamo. In realtà il Coronavirus è lì, tra la gente, e colpisce in maniera indiscriminata. È quello che è capitato a Carmelina, sessantadue anni, non vedente e disabile. La sua è una storia come tante, la testimonianza di quello che significa entrare in ospedale con la paura, senza respiro, senza una voce amica o la mano di un familiare. È così che lei è arrivata al Pronto soccorso dell'ospedale Santa Scolastica un giorno come tanti di quest'ultimo anno, a bordo dell'ambulanza che a sirene spiegate l'ha trasportata da casa sua, dagli affetti più cari, al nosocomio cassinate, senza la sua sedia a rotelle.

Con lei i suoi due nipoti che sono rimasti finché hanno potuto, poi per Carmelina è iniziata la battaglia, in corsia, con l'ossigeno e la speranza, la voglia di combattere. «Non mi sono mai sentita sola, mai. Ogni piccola esigenza che ho avuto è stata ascoltata dal personale ospedaliero - spiega Carmelina che è ormai a casa da qualche giorno per continuare le cure del post Covid a domicilio -. Mi hanno trattata come un regina. Mi hanno aiutata e spiegato cosa accadeva, non ho avuto mai paura perché loro mi hanno tenuta per mano. Quasi quasi non mi sono resa conto di essere in ospedale.

Il respiro all'inizio mi mancava, la preoccupazione c'è, inutile negarlo, la malattia è un mostro, è difficile, manda nel panico, è complicata da affrontare e devi farlo da solo. Senza genitori o fratelli, amici, una voce familiare. Ma le voci che ho ascoltato intorno a me sono diventate per due settimane la mia famiglia. Sono stata coperta da affetto e già dopo sei, sette giorni ho riacquistato capacità di respirare. Ora mi sento ancora debole e frastornata, ma mi sto curando e a casa è tutto gestibile. Il Covid è brutto, ma quei giorni resteranno sempre nel mio cuore per come li ho vissuti, sono stati medici e infermieri ad aiutarmi a sconfiggere il mostro e non li ringrazierò mai abbastanza».

A chi crede che la malattia sia "lontana", che ci siano trucchi per evitare il contagio, la storia di Carmelina, che sicuramente non è assidua frequentatrice di aperitivi e passeggiate in centro, insegna che il virus è subdolo. Ma racconta anche di un sistema sanitario locale che è presente, che si distingue per umanità, oltre che per competenza. Un anno fa erano "l'esercito degli eroi". Ma quegli eroi sono ancora in campo, tutti i giorni.