Da Roma a Venezia, nelle ultime settimane, in piena pandemia, gruppi di adolescenti si sono ritrovati in luoghi noti, in spazi aperti, nelle piazze del loro ritrovo serale, scatenando risse e assembramenti, nella maggior parte dei casi senza utilizzare le mascherine per proteggersi dal contagio. Viene spontaneo interrogarsi sull'origine di tutta questa violenza per cercare anche di capire in cosa potrebbe trasformarsi. Ne abbiamo parlato con il dottor Mauro Bruni, psicoterapeuta di Frosinone.

Dottor Bruni, dal suo osservatorio professionale come giudica il fenomeno, in preoccupante espansione, dell'aumento della violenza fra giovani e giovanissimi? Quanto incidono le restrizioni dovute alla pandemia di Covid?

«Purtroppo, il problema è reale e di portata molto ampia. Tuttavia, questa violenza di massa non può essere ricondotta solo agli effetti del Covid e delle limitazioni della libertà che ha comportato e comporta. Fenomeni di questo genere, individuali o di gruppo, sono sempre esistiti. Oggi, però, si registra un elemento nuovo che cambia totalmente lo scenario: la possibilità che tutti gli adolescenti hanno di utilizzare Internet e, tramite i suoi infiniti canali, di diffondere le immagini delle loro "imprese" – siano esse risse, scontri o singoli episodi di violenza - in brevissimo tempo dalla loro realizzazione.

E di farlo di fronte ad un pubblico di proporzioni grandissime com'è quello della rete. Ciò amplifica il gesto compiuto, esaltandone l'autore che trae gratificazione nel proprio "io" attraverso la divulgazione delle "bravate". Un tempo tutto ciò non era possibile e quindi questi fenomeni, ripeto sempre verificatisi, rimanevano confinati ai protagonisti e amplificati al massimo tramite i racconti verbali. Niente più di questo. Ora, al contrario, sapere di essere registrati, filmati e poi visti esalta gli animi più bollenti o anche quelli in genere più tranquilli ed ecco quindi le maxi risse e gli innumerevoli fatti violenti che la cronaca ci propone ogni giorno. Innescando anche i perniciosi meccanismi dell'emulazione e dell'istigazione. Il tutto sapientemente veicolato dall'industria, quella discografica ad esempio, che conosce bene gli adolescenti e li porta a fenomeni di imitazione sempre più marcati e pericolosi perché i giovani tendono ad identificarsi in immagini che trasmettono efficacia, forza, dominanza, specie tra i maschi».

E il Covid quanto incide?
«Sicuramente molto. Nel mio studio quello che rilevo è un forte aumento dei sentimenti di frustrazione derivanti dall'isolamento forzato. L'adolescente, quindi, che per caratteristiche legate direttamente all'età è portato a ribellarsi alle restrizioni, agli ordini e alle privazioni delle proprie libertà personali, reagisce male e tende a sfogarsi dando vita a comportamenti errati, che spesso, come detto, sfociano nella violenza. L'habitat naturale dei giovani e dei giovanissimi, del resto, è una zona di transizione che li pone a metà strada tra nucleo familiare e mondo esterno. Una fase molto delicata in cui l'adolescente deve costruirsi un'immagine di sé come "giovane adulto".

E qui entrano in gioco i meccanismi di emulazione spesso indotti dall'industria, dalla tv, dai social, da Internet. Prevalgono di conseguenza caratteristiche di potenza e forza che lui stesso può apprezzare e che tende a replicare. Il Covid, purtroppo, ha esacerbato tutto ciò, le restrizioni sono state, e ancora sono, una fonte di stress molto importante che richiede capacità di adattamento alle nuove condizioni che non tutti hanno. Di qui l'escalation di episodi di violenza. Di cui sono protagonisti adolescenti di ogni estrazione sociale e che fanno emergere la forza del "branco" che porta anche ad una deresponsabilizzazione dei singoli. Ma non è solo colpa del Covid».

Da quali altre cause deriva allora?
«Dalla fragilità dei nostri ragazzi, specie in una fase storica in cui tende a prevalere l'avere sull'essere, il materialismo sui valori della vita. Le famiglie poi sono sempre più distratte, i genitori hanno mille problemi e a fatica si accorgono del malessere dei figli, spesso isolati anche dentro casa. E allora i ragazzi per superare questo disagio tendono a crearsi un'immagine di forza che in realtà maschera una grande debolezza».

La provincia, com'è la Ciociaria, è malata anch'essa di violenza come le grandi città e realtà metropolitane?
«Anche da noi esistono le baby gang o gruppi devianti che usano la prevaricazione per affermare la propria personalità. E ciò scaturisce da un senso di debolezza narcisistica che è una vera patologia da curare, da un "io" difettoso, da un gigantesco vuoto interiore che di frequente si cerca di colmare prevaricando gli altri, vessandoli, minacciandoli e scaricando su di loro le proprie frustrazioni».

Ha avuto pazienti affetti da queste problematiche?
«Ho avuto in cura una ragazza molto giovane vittima di strike down, la "moda" di colpire all'improvviso, con calci e pugni molto forti, in contesti affollati, persone di passaggio. E' rimasta traumatizzata a lungo dall'accaduto ma poi, con le cure giuste, ne è venuta fuori».

Come se ne esce?
«La prevenzione è fondamentale: occorre seguire gli adolescenti, portarli ad un uso razionale e responsabile dei social, fino allo sviluppo di una padronanza emotiva che li metta al riparo da queste patologie».

Il ruolo delle famiglie e delle scuole?
«Assolutamente fondamentale. I ragazzi assorbono tutto ciò che accade in casa e ora, con i ripetuti lockdown e le crisi coniugali, sono esposti a situazioni che fanno aggravare inclinazioni già in fieri al loro interno o le fanno sorgere ex novo. Di qui l'invito ai genitori ad essere più attenti».