La droga in via Bellini e poi quella che arrivava nel carcere di Frosinone. Associazione a delinquere è la contestazione che muove la procura a sedici persone per le quali ieri era in calendario l'udienza preliminare.
Davanti al gup del tribunale di Roma, Alessandro Arturi, competente per materia, trattandosi di reato associativo per il quale ha proceduto la procura distrettuale antimafia, la gran parte degli imputati ha formalizzato la richiesta di rito abbreviato.

Il gup, dopo aver ravvisato un difetto di notifica ha aggiornato l'udienza in due date, 16 aprile e 21 maggio per iniziare la discussione. Dopo la chiusura delle indagini preliminari, il pm Simona Marazza aveva chiesto il processo per gli albanesi Andrea Kercanaj, 43 anni, e Orgest Mansi, 31, i frusinati Simona Paniccia, 38, Stefano Chiari, 42, Roberta Paniccia, 34, Claudio Gargano, 43, Alfredo Lauretti, 37, Alessandro Ardovini, 37, Domenico Paniccia, 30, Leandro Cupido, 36, l'albanese Milard Durac, 29, Giuseppe Paniccia, 35, quindi per Sonia Troise, 29, di Roma, Claudio Sarli, 55, di Piglio, Eros Quilli, 37, di Alatri e Omar Ben M'Sallem, 29, difesi dagli avvocati Riccardo Masecchia, Marco Maietta, Alessandro De Federicis, Tony Ceccarelli, Giampiero Vellucci, Angelo Pincivero, Marino Iacovacci, Simonetta Galantucci, Franco Collalti e Carmela Marzella.

Tutti sono accusati di associazione a delinquere per aver messo in piedi in base alle accuse raccolte dalla squadra mobile di Frosinone diretta dal commissario capo Flavio Genovesi «una struttura organizzata con diversità di ruoli e funzioni» per commettere «reati di acquisto, trasporto, detenzione e cessione illecita di cocaina, hashish e marijuana con base operativa» in via Bellini 4.

Era quella la base «ove garantivano senza soluzione di continuità la cessione di sostanze stupefacenti ad un numero indeterminato di clienti mediante la predisposizione di turni h 24», nonché «all'interno della casa circondariale di Frosinone, vi introducevano con continuità sostanza stupefacente a sua volta destinata ad essere ceduta ai detenuti e ciò grazie al contributo stabile sino al suo arresto dell'agente di polizia penitenziaria Sarli e, successivamente, di Troise, compagna di Quilli, ivi detenuto».

Secondo gli investigatori a capo del gruppo vi era Kercanaj che «dirige finanzia ed organizza, coordinandone stabilmente l'attività, procurando i mezzi idonei al raggiungimento dei fini associativi, curando in prima persona i rapporti con i fornitori delle sostanze stupefacenti e garantendo assistenza legale ai membri dell'associazione oltre che impartendo agli associati le direttive alle quale attenersi in ordine agli approvvigionamenti, al trasporto, al deposito e alla custodia della droga, ai prezzi da praticare sul mercato, alle concrete modalità di spaccio e di gestione degli introiti».

Mansi è accusato di essere «uomo di fiducia e factotum alle dirette di pendenze di Kerkanaj, del quale eseguiva le direttive coordinandosi con Simona Paniccia». In base alla ricostruzione investigativa Sarli, sfruttando la sua posizione di agente di custodia, è accusato di aver introdotto «all'interno dell'istituto penitenziario sostanze stupefacenti, telefoni cellulari, schede di telefonia mobile carica batterie ed altri oggetti».