«Il giorno in cui ho scoperto che io, mia moglie e mio figlio eravamo positivi al Covid non lo dimenticherò mai. Era il 15 febbraio, la febbre di mio figlio era sempre più alta. Poi il risultato dei tamponi. Il virus è entrato nelle nostra famiglia. Ci ha divisi, solo fisicamente, per settimane lunghe e interminabili. Ma oggi posso dire che ce l'abbiamo fatta. Abbiamo vinto noi e siamo uniti, ancor più di prima».

Come ci si sente quando si scopre di essere positivi al Covid-19? Quando i primi sintomi cominciano a farsi sentire e dopo quel test positivo la saturazione scende, la febbre sale e la paura per te e le persone che ami aumenta con lei? Come ci si sente quando nello stesso giorno tu, tua moglie e tuo figlio avete la conferma di aver contratto il virus? Quando in un momento tutto viene stravolto?

Quante volte ce lo siamo chiesti in quest'ultimo anno, pensando ai malati negli ospedali e alle famiglie a casa ad aspettarli. Quante volte abbiamo pensato al dolore di chi quel familiare non ha potuto neppure abbracciarlo un'ultima volta. Ma ci sono storie che profumano di vita, sono quelle di chi ce l'ha fatta. Storie che regalano speranza a chi sta combattendo contro il virus. E Franco è il protagonista di una di queste. Classe ‘57, Francesco Rosa, all'anagrafe, Franco, per tutti, è il responsabile della 2t Service, agenzia di pratiche automobilistiche e nautiche di Sora, che gestisce insieme al figlio Matteo, 34 anni. Quella di Franco è una vita fatta di lavoro, amici e famiglia e la sua è una di quelle famiglie nelle quali la parola unione fa davvero la forza. Ed è con quella forza e con quell'unione che hanno affrontato la loro battaglia contro il Covid-19.

La paura di non farcela
È il 14 febbraio. Matteo ha la febbre molto alta, non scende. Il giorno dopo fa il tampone. E' positivo. «Ho preso subito mia moglie e siamo andati a fare il tampone anche noi – racconta Franco – E quando è arrivato il risultato ci è crollato il mondo addosso. Eravamo preoccupati per nostro figlio perché inizialmente lui aveva i sintomi più preoccupanti. Poi i miei livelli di saturazione sono andati a picco. Abbiamo chiamato il 118. I sanitari ci hanno visitato e hanno deciso che potevamo proseguire con la terapia domiciliare che, nel frattempo, avevamo iniziato. E' passata un'altra notte ma il giorno dopo stavamo peggio. E così abbiamo chiamato di nuovo l'ambulanza. I medici, questa volta, visti i miei livelli di saturazione e la febbre sempre più alta di mio figlio, hanno deciso per l'immediato ricovero. Entrambi siamo finiti in ospedale».

Così è iniziato il calvario di Franco e della sua famiglia. Divisi dal virus. La moglie Tiziana, positiva ma senza sintomi troppo preoccupanti, a casa da sola. Franco e Matteo al Santa Scolastica di Cassino. La figlia Valentina, che vive con il marito in un'altra abitazione, non ha contratto il virus ma non può far nulla per aiutarli. E' il 20 febbraio, a pochi giorni dal risultato di quei tamponi, Franco è solo in un letto d'ospedale. Pensa alla moglie a casa, è preoccupato che anche lei possa aggravarsi senza che nessuno le sia accanto per soccorrerla. Pensa al figlio Matteo ricoverato nel suo stesso ospedale ma troppo lontano da lui. «In quel momento, la prima cosa che ti chiedi è se ne uscirai vivo – confida Franco – cerchi di farti forza per te e per la tua famiglia ma quello che si prova psicologicamente è devastante.»

I giorni in ospedale
«Al mio arrivo in ospedale ero spaesato, preoccupato, non sapevo cosa sarebbe accaduto. Vedevo persone di tutte le età, anche più giovani di me, anche ragazzi come mio figlio, distesi su quelle barelle e negli occhi di tutti leggevo lo stesso mio timore. Mi hanno fatto tutti gli esami necessari e, visti i miei livelli di saturazione, mi hanno subito trasferito in reparto con l'ossigeno. La prima sera nella mia stanza è arrivato un uomo che pressappoco aveva la mia età. Stava molto male, nel giro di pochissimo si è aggravato. L'hanno portato via, è stata una scena terribile che ancora ho davanti agli occhi. Non l'ho più visto, non ho avuto il coraggio di chiedere dove l'avessero portato, non volevo ascoltare la risposta.»

Quando si è soli in un letto d'ospedale il tempo scorre lento, troppo. E la mente va alle cose peggiori ma poi si cerca di reagire, di farsi forza. E quella forza per Franco è arrivata tre giorni dopo, quando ha saputo che il figlio sarebbe stato dimesso: la febbre non c'era più, Matteo si era negativizzato. «Quella notizia mi ha dato la forza della quale avevo bisogno per cominciare a reagire. Mia moglie era ancora sola a casa ma mi rassicurava che stesse bene. Dovevo tornare al più presto dalla mia famiglia». Per quasi tre settimane Franco ha continuato a lottare da quel letto del Santa Scolastica, ricorda ogni singolo momento. Ma ricorda soprattutto il grande lavoro svolto da tutti gli operatori del reparto con professionalità, attenzione e premura: «Io devo ringraziare pubblicamente uno per uno medici, infermieri, sanitari e tutti coloro che si sono presi cura di me e degli altri pazienti in maniera esemplare. Quel reparto lo devo far santificare non sanificare. Gli operatori passavano ogni mezz'ora a controllare se a qualcuno servisse qualcosa. Lì ci si sente soli ma, fortunatamente, mai abbandonati».

Il ritorno alla vita
«Dopo anche la più tremenda delle tempeste il vecchio lupo di mare torna a navigare», così Franco ha annunciato, lo scorso 6 marzo, a tutti i suoi amici sui social che sarebbe finalmente tornato a casa. Parole accompagnate da una foto che lo ritraeva ancora con l'ossigeno ma che hanno fatto tirare un sospiro di sollievo a quanti aspettavano da settimane la buona notizia. Il 10 marzo è stato dimesso, ancora positivo ma con i parametri rientrati nella norma. Ci sono voluti diversi giorni prima che si negativizzasse ma ora finalmente l'incubo è alle spalle. Franco è negativo come il figlio Matteo e la moglie Tiziana e la prima cosa che ha voluto fare è stata abbracciare anche la figlia Valentina. «Adesso dovrò continuare la terapia per qualche altro giorno e mi servirà un po' di tempo per recuperare – dice Franco – Non mi sento ancora al 100% ma è stata dura e i medici hanno detto che dovrò avere un po' di pazienza prima di poter tornare alla mia vita di sempre».

Intanto, osservando il rigido riposo, si gode la sua famiglia. Quella che è stata e sarà sempre la sua forza. A chi ha ancora dubbi sulla pericolosità del Covid-19, Franco dedica un sorriso, quello che si è conquistato combattendo il virus e dice: "Non sottovalutate questa malattia perché è subdola. Ti annienta fisicamente ma anche psicologicamente." A chi, invece, sta ancora combattendo regala il lieto fine di questa triste esperienza. Ora è a casa. Finalmente è tornato a respirare, a pieni polmoni, tutta la bellezza delle piccole cose. E, da buon tifoso di calcio, ci saluta con la speranza che al più presto si possa festeggiare la vittoria di tutti contro il Covid-19: «In strada, tutti insieme, come quando si vincono i mondiali!»