19 marzo 2020, festa del papà. Prendo il telefono per chiamare mio padre e fargli gli auguri, ma come sanno tutti quelli che lo conoscono, non risponde mai. E anche questa volta squilla a vuoto. Ma dopo qualche minuto stranamente mi richiama, sento la sua voce preoccupata: «Tutto bene? È successo qualcosa?». A causa del lockdown ero rimasta bloccata a Roma, dove studio, e lui era preoccupato. Tutto andava bene e lo rassicuro: «Ti volevo solo fare gli auguri». Dall'altro lato il silenzio e poi un «perché?». Aveva dimenticato la festa del papà. Circa una settimana prima in Italia era stata dichiarata l'emergenza pandemia e tutti eravamo chiusi in casa. A Frosinone iniziavano ad aumentare i ricoveri, niente a che vedere con i numeri della Lombardia, ma comunque tanti per il nostro ospedale.

Papà, infettivologo dell'ospedale "Spaziani", si è trovato catapultato in una realtà parallela che mai aveva studiato nei manuali o visto durante la sua carriera da medico (se non nel film "Contagion"), lui che a sessant'anni ormai stava iniziando a fare il countdown in attesa della pensione. Per rispondermi al telefono si era dovuto togliere strati di protezione e io dovevo fargli solo gli auguri. A partire da marzo ha iniziato a fare turni estenuanti in ospedale e so che non gli è pesato, data la grande passione che nutre verso il suo lavoro.
Quello che gli è pesato è stato altro. E l'ho percepito durante le nostre telefonate e poi quando lo ho rivisto dopo due mesi e mezzo.

In primo luogo ha sofferto l'impotenza davanti a una malattia così aggressiva e imprevedibile, tante persone non riuscivano a guarire nonostante si facesse in quattro e lavorasse in doppio delle ore che riusciva a riposarsi. In secondo luogo gli siamo mancati noi, la sua famiglia, gli è mancata la normalità, gli sono mancati i suoi amici e pure l'attività politica (anche se dice di essersi ritirato). Per proteggere mia mamma, le mie sorelle e soprattutto mia nonna, si è autoisolato in casa, vivendo separato da tutti, e questo per più di due mesi.
Privandosi così anche di un minimo svago finito il turno.
Immaginate di fare isolamento preventivo per più di due mesi e di poter andare solo in posti in cui tutti hanno il Covid o potenzialmente possono averlo.

Quando l'ho rivisto aveva perso la percezione del tempo, in quei mesi aveva vissuto intensamente qualcosa che nessuno avrebbe mai voluto vivere.
Dal mio canto, invece, quei due mesi sono stati lunghissimi, ho vissuto con il terrore costante che qualcuno mi chiamasse per dirmi «tuo padre è positivo» o «tuo padre si è sentito male». Fortunatamente a me questa telefonata non è mai arrivata, ma a tanti figli di medici sì. E non ci si contagia perché si è meno bravi degli altri, ma perché a volte la voglia di normalità prevale sulla paura del contagio. E ringrazio con tutto il cuore i colleghi di papà che hanno abbandonato da ormai un anno l'idea di normalità, privandosi di vacanze, affetti ma anche di una banale pausa caffè in reparto. Se non ho mai ricevuto quella telefonata è anche grazie a voi.

Papà, spero che quest'anno ti sia ricordato della festa del papà, e che tu abbia comprato questo giornale come fai ogni giorno. Non ti farò la solita telefonata, quest'anno ho deciso di parlare di te agli altri. Ho fatto a meno della tua presenza quest'anno e mi sei mancato, però con la consapevolezza che molte persone avevano bisogno di te. In questo anno i medici sono stati definiti eroi, ma per me, che ho intrapreso il tuo stesso percorso, più che un eroe sei un esempio e lo sei sempre stato, anche prima della pandemia. Esempio di amore verso il prossimo, di dedizione e passione verso il proprio lavoro, di alta professionalità e preparazione. Auguri papà. E grazie. Giulia.