A un anno dal primo caso di Covid in provincia di Frosinone (2 marzo 2020), abbiamo tracciato un bilancio sulle conseguenze che la pandemia ha avuto nel nostro territorio a livello psicologico. E lo abbiamo fatto con la dottoressa Roberta Cassetti, psicoterapeuta di Frosinone.

Dottoressa, quali differenze ravvede nei comportamenti della gente tra la prima ondata, la seconda e la terza esplosa da una decina di giorni? «Le differenze sono enormi, specie tra la prima e quella attuale. Nei mesi iniziali della pandemia abbiamo assistito ad un rispetto rigoroso delle norme di sicurezza che ha permesso di contenere il diffondersi del virus, prima, e, in un secondo momento, di sconfiggerlo quasi del tutto. Salvo poi la recrudescenza estiva di cui abbiano scontato le conseguenze in autunno. Oggi, invece, notiamo un diffuso lassismo tra la popolazione, soprattutto nelle fasce più giovani, che ha prodotto un abbassamento del livello di percezione del pericolo derivate dal virus e, inevitabilmente, un aumento sempre più marcato dei contagi».

Come spiega questo mutamento?
«La gente, le nuove generazioni su tutti, hanno subito per un anno intero uno stress emotivo di portata straordinaria al quale si è sommata una pesantissima restrizione delle libertà personali. Tutto ciò nella prima fase è stato sopportato con responsabilità, anche se già allora i danni psicologici furono notevoli. Ora, invece, nella maggior parte dei cittadini sta prevalendo un senso di rigetto, di rifiuto, quasi di negazione del virus.
Ma si tratta, da un punto di vista psicologico, di una forma di difesa, per adattarsi ad un nemico che rischia di provocare problemi sempre peggiori. Inoltre, moltissimi sono passati ad una fase di "convivenza" con il Covid, che non significa negarlo ma cercare di condurre una vita quanto più normale pur in sua presenza. Purtroppo, però, qualcosa non ha funzionato perché a questo atteggiamento più elastico si è accompagnato anche un minore rispetto delle norme anti Covid, in alcuni casi messe totalmente da parte, e qui torniamo a riferirci in modo più accentuato ai giovani. Ecco allora spiegato l'aumento dei contagi e la difficoltà di bloccare la terza ondata del Covid, anche se annunciata». 

Si riferisce anche agli assembramenti di cui sui social si hanno giornalmente testimonianze preoccupanti attraverso foto e video?
«Si, esattamente a questo aspetto si rivolge il mio ragionamento. Basta scorrere i social per capire quanto poco siano rispettati gli appelli alla prudenza laddove si assiste alla continua pubblicazione di immagini che mettono in evidenza assembramenti e altre situazioni di enorme rischio».

Ma la reazione più "elastica" che ravvisa di fronte a questa terza ondata è generalizzata o parametrata sui singoli individui?
«La risposta psicologica ad un evento traumatico come a un pericolo è sempre soggettiva: la percezione del rischio, in ogni situazione umana, è sempre molto soggettiva. Ognuno, di fatto, guarda al Covid – per restare al tema in oggetto – in modo diverso a seconda del proprio vissuto, della propria struttura psicologica ed interiore, della propria preparazione culturale, del contesto familiare ed amicale e a tanti altri fattori. Di qui nascono comportamenti spesso agli antipodi: c'è quindi chi sottovaluta il pericolo, quasi lo sfida e se ne fa beffe, e chi, al contrario, lo sopravvaluta, chiudendosi a riccio in una vita superprotetta: entrambi gli atteggiamenti sono sbagliati perché producono effetti negativi per le persone. Come sempre, "in medio stat virtus": il mio consiglio, quindi, è di non sottovalutare ma neppure di sopravvalutare il pericolo della pandemia. È necessario cercare di vivere nel modo più normale possibile ma sempre nel rispetto rigoroso dei protocolli di sicurezza indicati dalle autorità sanitarie. Sperando, nel contempo, che le vaccinazioni vengano accelerate e si arrivi presto alla famosa ed auspicata immunità di gregge, anche se oggi iniziano a far paura anche le varianti apparse sulla scena da qualche mese a questa parte e sempre più diffuse anche in Ciociaria».

La comunità scientifica e psicologica come hanno classificato questi mutamenti in atto nei modi di agire della popolazione?
«È un vuoto che non sappiamo ancora ben interpretare.
La domanda che tutti ci poniamo è: come è stato possibile, pur in presenza di un'informazione sempre responsabile, che i contagi siano di nuovo schizzati in alto?».

Cosa non ha funzionato?
«È una domanda sulla quale stiamo lavorando per dare poi risposte concrete ed efficaci a quanti si rivolgono a noi in cerca di sostegno».

Come e quanto siamo cambiati dal primo lockdown ad oggi?
«Tantissimo. I rapporti interpersonali sono stati danneggiati in modo molto profondo, in alcuni casi irreversibilmente. La percezione del pericolo del virus ha creato distacco tra le persone e anche quando c'è stato un allentamento delle restrizioni della libertà la maggior parte delle persone si è riavvicinata con grande prudenza. Insomma, la pandemia ha già lasciato un segno profondo nell'umanità e con questa terza ondata – e speriamo sia l'ultima – le cose sono destinate a peggiorare ulteriormente. Si avverte un forte senso di precarietà nelle relazioni interpersonali e nei rapporti, accentuato dalle zone rosse o arancioni che isolano e allontanano le persone».

Quali le categorie maggiormente colpite?
«Sicuramente anziani, bambini e adolescenti: le fasce più vulnerabili e fragili della popolazione che hanno visto la loro vita cambiata in modo radicale dall'oggi al domani».

Cosa fare per combattere lo stress emotivo da Covid?
«Bisogna favorire forme di resilienza e atteggiamenti che siano capaci di mettere in atto strategie positive».

Si tornerà mai alla normalità?
«Tutti speriamo in questo ma oggi non saprei proprio dire di quale normalità si potrà parlare. Il disagio e gli strascichi della pandemia ce li porteremo dietro per molti anni e la normalità non sarà quella di prima.
Questo mi sembra evidente».