Un terzo della forza lavoro costretta a casa dal coronavirus, il Covid19 fa strage in un'azienda del territorio palianese.

Qualche giorno fa il tampone eseguito sui lavoratori, dopo che era stato riferito evidente malessere fisico, aveva portato alla constatazione che alcune decine di operai fossero stati contagiati; pochi giorni dopo, ben 42 dipendenti risultavano positivi al virus.

Le maestranze impiegate nell'azienda che produce componenti plastiche provengono da diversi comuni del circondario, ed è possibile che anche alcuni familiari possano essere stati contagiati. Pare che, al fine di non interrompere la produzione, siano stati assunti degli interinali, e che qualcuno di loro sia rimasto vittima del malessere venuto dalla Cina.

Qualche sindacalista si chiede, sconcertato, come possa essersi verificato quello che si configura come un pandemonio. L'azienda, ligia alle regole sul lavoro e naturalmente agli obblighi derivanti dalla lotta alla pandemia, non avrebbe mai consentito l'accesso ai reparti di soggetti con temperatura superiore ai 37.5 gradi. Ammesso che gli interessati abbiano evitato di riferire il possibile stato influenzale, resta secondo qualche lavoratore che chiede l'anonimato, l'assenza o il pressapochismo di adeguati controlli.

Il problema del covid19, già di per sé drammatico, si aggrava ancora di più quando si teme che possa influire sul lavoro. Inutile negarlo, né sminuirne la valenza; un lavoratore positivo costringe alla quarantena colleghi e familiari, a loro volta possibili involontari portatori del virus.

La vendita dei "tamponi fai da te", d'altronde, che pare molto accentuata, viene spiegata proprio adducendo comprensione, grave errore, per chi cercasse di nascondere il proprio stato per timore di danneggiare l'azienda presso la quale opera. L'espandersi a macchia d'olio dei contagiati, non può essere addebitata solamente al desiderio di un bicchiere in compagnia. Gli asintomatici, spesso sedicenti negazionisti, rappresentano un pericolo mortale.