Operaio licenziato per troppe assenze impugna il provvedimento e vince. Ma la sentenza del tribunale del lavoro di Cassino, che gli dà ragione, arriva dopo tredici anni, dopo ben sette dalla sua morte. Una vicenda amara, che racconta di una famiglia costretta a fare i salti mortali in attesa di una giustizia lumaca quasi irraggiungibile. Ma che oggi potrà certamente ridare dignità alla memoria di un lavoratore che ha lottato per i suoi diritti non potendo conoscere l'esito di una battaglia difficile. E piena di ostacoli burocratici.

I fatti
Alfredo Morra, originario di Cassino entrato in Fiat negli anni '70, era un operaio, un trasfertista e un jolly. Indossa la tuta con orgoglio, mette su famiglia con la signora Maria: nascono tre splendidi bambini. Poi inizia ad avere problemi fisici. E ad assentarsi, certificati medici alla mano.
Secondo l'azienda, però, le assenze diventano troppe: superato il periodo di comporto - ovvero quel termine che la legge riconosce al lavoratore per le assenze dovute a malattia - nel 2008 viene licenziato.
Si affida allo studio legale Di Murro Perrozzi e impugna il provvedimento per dimostrare - ad esempio - che quegli episodi di lombosciatalgia fossero legati alle disparate attività richieste: mulettista su carrelli elevatori vecchio modello e su una pavimentazione (oggi sostituita) fatta di tocchetti di legno di attrezzi pesanti. Durante la battaglia legale, però, nel 2008 l'operaio muore a poco più di 50 anni.

La moglie, con tre figli a carico di cui due minori, senza reddito e senza aiuti ha abbandonato il suo stile di vita - normale ma dignitoso - e ha cercato di crescerli con tanti sacrifici. E non abbandonando mai la battaglia per la verità. Verità che ieri è arrivata con la decisione del dottor Iannucci del tribunale di Cassino che ha accolto la tesi dello studio Di Murro Perrozzi e ha riconosciuto la nullità del licenziamento comminato nel 2008.
In conseguenza della nullità del licenziamento l'azienda dovrà corrispondere agli eredi una indennità risarcitoria dalla data del licenziamento alla morte.

«Una somma importante che però non restituirà né il padre ai propri figli né il marito amorevole alla propria famiglia - hanno dichiarato i difensori, molto emozionati per la sentenza - Si tratta di una sentenza che rende giustizia al lavoratore come uomo e attua i principi costituzionali del diritto al lavoro e del diritto alla salute». Commossa la moglie Maria, che ha ringraziato i suoi avvocati.