Prima giornata in "zona arancione", ieri, per la provincia di Frosinone. Un provvedimento la cui validità è scattata alle 00.01 di lunedì 1° marzo e che era purtroppo nell'aria, visto il continuo aumento dei nuovi casi di positività al Covid registrato nelle ultime settimane sul territorio, che alla vigilia della decisione della Regione contava già due "zone rosse" istituite nei comuni di Torrice prima e di Msg Campano poi. Una crescita esponenziale dei contagi per contrastare la quale a nulla sono serviti i ricorrenti appelli di Sindaci ed autorità sanitarie, con ampie fasce della popolazione che ha continuato a comportarsi, e in buona parte ancora lo fa, come se il virus non esistesse.

La popolazione da ieri sta quindi affrontando e scontando tutti i disagi derivanti dalla "zona arancione". E ovviamente a subirne più di tutti le conseguenze sono stati gli operatori economici, che già venivano da un periodo a dir poco nero, colpiti come sono stati dalle prime due ondate della pandemia.

"Temevamo questa nuova ordinanza, anche se fino alla fine abbiamo sperato che i dati sui contagi scendessero e che quindi non venisse attuata. Poi, però, è arrivata la certezza e tutto il comparto economico provinciale è ripiombato in un tunnel nel quale già da mesi era caduto. La "zona arancione" penalizza ulteriormente la fascia delle micro, piccole e medie imprese, in testa i settori della ristorazione, del commercio, dei servizi e del turismo per i quali c'è il concreto rischio che possa arrivare il colpo finale e mortale che potrebbe portare alla chiusura definitiva centinaia di aziende"

Ad esprimersi in questi termini, preoccupato e affranto, è stato ieri pomeriggio Guido D'Amico, presidente nazionale di Confimprese Italia, una delle Confederazioni più rappresentative delle Micro, Piccole e Medie Imprese. Dichiarazioni rilasciate a poche ore dal calare del sipario sulla prima giornata in "zona arancione" per la Ciociaria che grondano amarezza e apprensione per il futuro.

Presidente, avete condiviso il provvedimento della Regione Lazio?
«Guardi, il nostro giudizio parte dal presupposto che la salute pubblica viene prima di ogni altra cosa. Tuttavia, riteniamo che debba essere presa in primaria considerazione anche la salute delle imprese che, come tutti ormai sanno e possono ben vedere, sono sull'orlo del collasso. Chi ha adottato l'ordinanza lo ha di certo fatto sulla base di elementi e dati che non contestiamo e ad essa ci adeguiamo. Fatta questa premessa aggiungiamo però, e lo facciamo con forza, che parallelamente al provvedimento restrittivo, di chiusura, ne debbano essere adottati immediatamente anche altri che garantiscano non più semplici ristori agli operatori economici bensì finanziamenti a fondo perduto con cui dare ossigeno alle agonizzanti imprese affinché se ne riesca ad evitare la morte definitiva. Qui è in gioco il futuro di migliaia e migliaia di aziende, di imprenditori, di lavoratori e di famiglie».

Come vi muoverete per tentare di evitare il disastro?
«Ci siamo già attivati nella richiesta continua e pressante di finanziamenti importanti, a fondo perduto, perché il tempo dei "ristori" è finito non essendo più sufficienti per evitare il tracollo della nostra economia, alla quale è necessaria un'iniezione immediata e cospicua di liquidità».

Com'è la situazione in Ciociaria? Il nostro territorio come sta reagendo?
«In provincia di Frosinone purtroppo il quadro è più negativo che altrove. Basta guardare ai numeri: il 30% delle aziende nostre associate è ormai già con un piede nel precipizio e temiamo che questa "zona arancione" le faccia sprofondare ancora di più portandole alla morte. Pensiamo agli albergatori che speravano di aprire a Pasqua e ai ristoratori che specularmente confidavano in buoni incassi grazie alla possibilità di aprire a pranzo: speranze gettate ora nel cestino con conseguenze drammatiche per la loro sopravvivenza».

Ci sono proteste in atto sul territorio?
«No, tutti stanno reagendo in modo civile e composto. Come è ovvio ci sono un fortissimo allarme e una grande preoccupazione. C'è malumore, ma finora nessuna protesta eclatante».

«La situazione purtroppo è molto delicata. La terza ondata sta assumendo contorni di notevole gravità. Nel comparto del commercio chi ha saputo organizzarsi per tempo riesce ancora ad andare avanti ma con difficoltà estrema e si trova comunque ridotto ai minimi termini. Purtroppo ora è arrivata questa "zona arancione", figlia legittima dell'indifferenza della maggior parte della gente, della mancanza di senso civico, del non rispetto delle regole. Ed ora i problemi saranno ancora peggiori per tutti".
È lucida e senza peli sulla lingua l'analisi di Antonio Bottini, presidente di Confesercenti Frosinone. Gli abbiamo rivolto alcune domande nel primo giorno di "zona arancione".

Qual è il vostro pensiero su questa ordinanza?
«Per il comparto economico sarà probabilmente la mazzata finale. A mio avviso, tuttavia, ritengo che si tratti ancora di una decisione che non risolverà alla radice il problema del Covid: sarebbe stato necessario, e lo è ancora, un altro lockdown di 40 giorni per chiudere i conti con la pandemia e poi provare a ripartire. Tanto più che gli italiani hanno dimostrato di non saper rispettare le regole. E allora, visto che il virus esiste ed è molto pericoloso, visto il diffondersi delle varianti e visto pure che le vaccinazioni procedono lentamente, diamo un colpo netto e facciamola finita. La politica del sì e del no è più deleteria del male che si vuole curare e sta vanificando le ultime energie esistenti. Ed evitiamo altre fesserie come la riapertura delle scuole».

Che segnali arrivano dal territorio?
«La gente, gli operatori economici sono stremati economicamente e psicologicamente. Non ci sono proteste in corso né annunciate ma in molti c'è tantissima voglia di abbandonare tutto subito. Quest'anno, purtroppo, i fallimenti batteranno ogni record».