Il blocco del traffico in città non basta. È una soluzione spesso inutile ed "illiberale" che non incide significativamente sulla salute dei cittadini. Ma va attuata, perché c'è una normativa che lo impone. Servirebbero misure meno emergenziali, ma che agissero nel giro di pochi anni sulle vere sorgenti di inquinamento che avvelenano l'aria delle persone. I blocchi del traffico, come quelli decisi dai Comuni ciociari e non solo, sono provvedimenti che non hanno un grande impatto in termini di riduzione dell'inquinamento se non in percentuali molto ridotte (dell'ordine del 15-16%).

Si tratta di misure di breve respiro che creano soltanto problemi sotto il profilo economico ed organizzativo e che non danno alcun contributo importante al miglioramento della salute dei cittadini. Altro sarebbe mettere in atto provvedimenti che siano in grado di andare a colpire in maniera mirata e selettiva le sorgenti di inquinamento. Come, per esempio, quelli che prevedono il sostegno alla installazione di filtri nei comignoli degli impianti di riscaldamento delle abitazioni che riescono ad abbattere le emissioni anche del 90%, oppure quelli che prevedono contributi (esistenti, ma poco sfruttati) per l'ammodernamento e/o sostituzione di impianti termici obsoleti o funzionanti a biomasse, che sono i più impattanti.

Interventi di questo tipo sarebbero in grado in pochi anni di abbattere drasticamente e in maniera sensibile e permanente l'inquinamento atmosferico, in maniera tale anche da incidere sullo stato di salute dei cittadini.
Il traffico veicolare (auto e moto) è responsabile di una percentuale di emissioni di polveri sottili che varia dal 2 al 9% a seconda se si consideri solo il particolato primario, cioè quello prodotto dalle fonti emissive dei tubi di scappamento, oppure il particolato secondario che tiene conto delle particelle già presenti in atmosfera. Questa percentuale può salire al massimo fino al 15-16% se si include anche il traffico merci su gomma, il cui impatto a livello nazionale è stato quantificato da un recente studio Sima.

Il contributo dell'industria alle polveri sottili che investono le nostre città è fermo tra l'8 e l'11% (quello dell'agricoltura al 4-7%, con l'aggiunta di un ulteriore 8-15% dovuto agli allevamenti intensivi), mentre sono i riscaldamenti a determinare il massimo impatto, con una forbice stimata tra il 38% e il 65%. Tale contributo percentuale sale in condizioni di scarsa ventilazione e aria stagnante come si verifica spesso nella Valle del Sacco per gran parte dell'anno.

A Frosinone ci sono circa 13.000 impianti di riscaldamento a uso civile. Su 602 controlli effettuati dall'Apef fino al 2020 per conto del Comune sulle caldaie, prima dei rallentamenti nell'attività ispettiva dovuti alla pandemia, 389 (il 65%, quasi sette caldaie su dieci) impianti sono risultati non a norma per varie ragioni. Va da sé che la battaglia è da combattere sull'ammodernamento degli impianti e sull'eliminazione di quelli inquinanti. Tuttavia, appare chiaro che è una battaglia che non possono combattere i Comuni da soli perché non ne hanno la forza, ma che deve essere portata avanti con il sostegno degli enti sovraordinati. Il nuovo piano regionale di risamento della qualità dell'aria ha indicato 42 azioni (13 sulla combustione civile) ed entro il 2025 si attendono risultati apprezzabili.

Intanto, alcune città si sono attrezzate imponendo un contenimento delle temperature dei termostati nelle giornate di allerta arancione e rossa per gli sforamenti di polveri sottili o il divieto di bruciare legna e biomasse in stufe/impianti non ottimali. Questo è un modo certamente più completo di affrontare il problema delle polveri sottili, che è ancora più serio se si tiene conto del dimezzamento (rispetto alle attuali soglie di legge) dei limiti di concentrazione media annuale di PM10 e PM2.5 considerati non pericolosi per la salute da parte dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il problema va affrontato nella sua globalità senza rinvii, soprattutto se si considera che sono ben 550.660 gli anni di vita persi a causa del pm2.5 (polveri sottili) in Italia nel 2017 secondo l'ultimo rapporto sulla Qualità dell'aria edito dalla Agenzia Europea per l'Ambiente (EEA), con costi stimabili in circa 55 miliardi di euro, a cui si aggiungono altri 13 miliardi di euro derivanti dai 137.500 anni di vita persi a causa del biossido di azoto emesso dai processi di combustione di riscaldamenti, veicoli e industrie. Il 2025 è dietro l'angolo e la "macchina" del cambiamento sembra ancora non aver mosso alcun passo.