Pena dimezzata. Da 30 a 17 anni. È la condanna inflitta dalla Corte d'Assise d'Appello di Roma a Michele Cialei, reo confesso dell'omicidio del pastore Armando Capirchio il sessantunenne ucciso a ottobre del 2017 con una fucilata e finito con le pietre e il cui corpo è stato fatto a pezzi, messo in due sacchi e buttato in una cavità a Lenola. L'imputato in primo grado si era visto richiedere l'ergastolo. Il Gup del Tribunale di Frosinone aveva inflitto 30 anni di reclusione con il rito abbreviato.
Ieri la sentenza in Appello.

Esaminato il voluminoso atto di appello, circa 80 pagine, con il quale il collegio difensivo, rappresentato dagli avvocati Giampiero Vellucci e Camillo Irace, ha puntato a una riduzione di pena dimostrando che c'era stato un precedente comportamento addebitato a Capirchio dovuto, secondo la difesa, ai continui dispetti che poneva in essere nei confronti del Cialei.

I difensori erano riusciti a evitare l'ergastolo in primo grado grazie all'opzione del rito abbreviato, in quanto l'imputato dopo il ritrovamento del cadavere, a marzo del 2018, si era determinato a confessare il fatto. Erano state però negate all'imputato, alla luce dell'efferatezza del fatto, le circostanze attenuanti generiche tanto che, seppur con un primo risultato favorevole in quanto è stato escluso l'ergastolo ha comunque avuto 30 anni.

«Abbiamo ottenuto il riconoscimento delle attenuanti sulla base di due dati incontrovertibilmente ricavabili dagli atti - sottolinea l'avvocato Giampiero Vellucci - Il primo è rappresentato da un gravissimo episodio che a parti invertite aveva visto il Cialei soccombere a causa di un violento colpo alla testa appena due anni prima del fatto; il secondo costituito dalla esatta identificazione del luogo teatro dello scontro a seguito di un elaborato tecnico depositato presso la Corte d'Appello, dal quale è emerso che il litigio è avvenuto all'interno di un terreno assegnato per il pascolo al Cialei».

La parte civile è rappresentata dall'avvocato Filippo Misserville. L'avvocato raggiunto telefonicamente non ha rilasciato alcun commento, evidenziando soltanto che «la sentenza è l'esito di un patteggiamento sulla pena tra la difesa e la pubblica accusa, quindi ritengo che ogni eventuale domanda vada rivolta alla procura generale presso la Corte d'Appello di Roma».