Licenziato in piena panedemia, in violazione del cosiddetto "blocco dei licenziamenti". Mandato a casa dall'azienda per cessazione di attività. Una strada, quella percorsa dall'azienda, del tutto illegittima. Il caso del responsabile di un'azienda edile del Cassinate rappresentato dagli avvocati Sandro Salera e Paola Alfei è certamente destinato a fare giurisprudenza: traccia una linea netta in un terreno ancora nuovo e poco sondato.

I fatti
Il dipendente di una società che opera nel settore edilizio viene licenziato a giugno adducendo come motivazione la cessazione della attività del cantiere in cui svolgeva la mansione di responsabile. E presenta ricorso. I suoi legali, gli avvocati Salera e Alfei, hanno in primo luogo eccepito la illegittimità del licenziamento, sostenendo che la chiusura del singolo cantiere non puo' essere equiparata a una ipotesi di cessazione attività. Al contrario, con un'attenta analisi difensiva hanno dimostrato che la società aveva continuato a operare in altri cantieri e con nuovi appalti. Ma soprattutto i legali hanno sostenuto che nel caso di specie si profilava una «ipotesi di nullità del licenziamento in quanto comminato durante la vigenza del divieto di cui all'art. 46 d.l. 18/2020 che escludeva la facoltà del datore di lavoro di recedere dal contratto nel perdurare della emergenza sanitaria da Covid».

Il giudice del lavoro ha accolto appieno le tesi difensive, riconoscendo l'assoluta novità delle questioni portate all'attenzione del tribunale e ritenendo che il licenziamento in esame si potesse inserire pefettamente tra le ipotesi in cui opera il divieto di licenziamento, introdotto con la normativa emergenziale. Dichiarata, quindi, la nullità del licenziamento. Non solo. Il giudice ha condannato la società alla reintegra del dipendente nel posto di lavoro nonché ad una indennità risarcitoria pari alla retribuzione maturata dal giorno del licenziamento fino all'effettivo ritorno sul posto di lavoro.