Una vita piena di difficoltà, poi, a un passo dalla serenità, di nuovo tutto va in pezzi. Una storia come tante di quelle che si sentono in televisione, davanti alle quali tutti ci domandiamo come possano accadere episodi simili, pensando che denunciare sia la soluzione a tutti i problemi, poi il servizio in televisione finisce, ma le vite dei protagonisti sono cambiate ormai, per sempre.

È quanto accaduto a una donna di trentacinque anni originaria della Puglia. Fin da giovanissima una storia d'amore con un uomo poco raccomandabile le ha segnato la vita. Quando è rimasta incinta della sua bimba quell'uomo ha continuato a picchiarla, la sua unica difesa era un cuscino sulla pancia. Con una neonata, si è trovata sola a vivere in un container ai margini della città dove l'uomo la raggiungeva per continuare a picchiarla, anche davanti alla neonata, poi cresciuta e diventata una bambina. Ad aiutarla un parroco della zona e la Caritas, che non le hanno mai lasciate sole, anche quando quel luogo si è fatto invivibile.

Poi un giorno le botte sono diventate troppe, l'ennesimo pugno, l'ennesimo insulto e il sangue che scendeva caldo dalla fronte della donna davanti agli occhi impietriti della figlia che aveva poco più di 5 anni. Così la decisione di andare via, con la bimba al collo, in cerca di aiuto. Da lì è iniziato un percorso fatto di case di accoglienza per vittime di violenza, prima a Roma, poi di nuovo in Puglia. Pian piano la rinascita, un lavoro a Roma e un futuro di speranza. Ma il Covid impietoso si è abbattuto anche contro chi più aveva bisogno di un lavoro, e a causa dell'emergenza sanitaria la donna ha perso la sua occupazione.

Nel frattempo la figlia, cresciuta, ha iniziato a manifestare alcuni problemi. Così un amico le ha proposto di fare dei controlli presso un centro specialistico e la donna si è ritrovata a Cassino. Immediatamente ha avviato le procedure mediche per capire quale fosse il problema della bimba, alla quale è stata diagnosticata una sindrome ansiosa, dovuta molto probabilmente alle vicende vissute e alle quali ha assistito, al continuo spostamento e alla mancanza di serenità. Alla bimba è stata riconosciuta un'invalidità e la donna ha subito presentato anche una domanda per l'assegnazione di un alloggio popolare.

Ma le riposte non arrivavano così, come altre famiglie, ha occupato abusivamente un'abitazione: «So che non era la strada da seguire, ma avevo davvero bisogno. Mi era stato detto che quella casa era vuota da anni, l'assegnataria si era trasferita. Infatti dentro ho trovato topi morti, pavimento rotto, una casa abbandonata - spiega la donna assistita dall'avvocato Elisabetta Nardone - Il mobilio di proprietà della donna è stato messo in un box, se ne è occupata proprio lei arrivata sul posto quando ha saputo quello che stava accadendo. Ho provato a parlarle. Ripeto, so che non è stato un gesto corretto, ma mi ha spinto la necessità. In questi mesi ho provveduto a rimettere a posto la casa, con i pochi mezzi che avevo. Poi la comunicazione delle forze dell'ordine per lo sgombero».

La donna ha tentato il possibile, con il sostegno del suo avvocato, ha contattato il Comune, i Servizi sociali, l'Ater, il tribunale. Purtroppo niente da fare, deve abbandonare la casa.
«Non voglio quello che non mi spetta. Ora vivo qui con mia figlia che sembra aver ritrovato un po' di stabilità grazie anche al sostegno degli specialisti che mi stanno aiutando in questo percorso - ha spiegato la donna - Vorrei solo poterle dare un futuro, un tetto. So che ci sono molte persone come me. Quando denunci una situazione di violenza e maltrattamenti ti dicono che avrai sostegno, poi in effetti le cose non vanno sempre per il verso giusto. Ma le vittime dovrebbero essere tutelate per legge, rientrare nei casi d'emergenza, nelle priorità. Altrimenti ci si ritrova soli. Non senza difficoltà ho parlato ad altre donne in questi anni, invitata nei centri contro la violenza di genere, per portare la mia esperienza, le mie vicissitudini.

Ma ora ho paura, mi sento sola e sembra che nessuno mi ascolti. Non voglio restare in una casa in maniera illegale, potrei aspettare lì che ce ne venga assegnata una. Non posso finire in mezzo a una strada con mia figlia, per lei darei tutto, è la mia ragione di vita». La data dello sgombero si avvicina, è la settimana prossima, intanto venerdì sarà ricevuta dal sindaco. «Chiunque possa fare qualcosa si attivi, io prego ogni giorno che si trovi una soluzione» ha concluso la donna che, nonostante tutto, non ha più gli occhi lucidi, ma la forza e la tenacia che solo una madre può avere per difendere i suoi "cuccioli".