Arriva dal carcere di Teramo, scortato dagli agenti della polizia penitenziaria. Mascherina e guanti da sci indossati. È marocchino e, nel 2016, era recluso nella casa circondariale di Frosinone. È colui al quale, secondo quanto riferito in aula, Daniele Cestra avrebbe confessato l'omicidio di un compagno di cella. È la novità più rilevante emersa al processo davanti alla Corte d'assise di Frosinone, presieduta dal giudice Francesco Macini, a carico di Daniele Cestra, 43 anni di Sabaudia, accusato del duplice omicidio di Giuseppe Mari e Pietro Paolo Bassi. Dopo aver sentito tre assistenti capo all'epoca in servizio a via Cerreto, la Corte d'assise fa entrare in aula il detenuto.

Cestra, assistito dagli avvocati Angelo Palmieri e Sinuhe Luccone, assiste in videoconferenza dal carcere di Terni. Il marocchino, detenuto per furto, rapina e ricettazione, dopo aver ricordato di esser andato qualche volta nella cella di Cestra per un caffè afferma: «Mi ha confessato che era lui che l'aveva ucciso. E neanche il Ris riusciva a capire». Il detenuto racconta di essersi allarmato, di non aver dormito per una settimana e di aver poi riferito la conversazione alla polizia penitenziaria. Il pubblico ministero Vittorio Misitilo incalza perché chiarisca meglio. Peraltro la versione è contestata dalla difesa che rimarca come, nonostante la cella di Cestra fosse sotto intercettazione, di quel dialogo non c'è traccia nelle trascrizioni. Il teste riferisce due momenti diversi, il primo nel quale Cestra si sarebbe adirato per l'arrivo di un altro detenuto che chiedeva al marocchino le cuffiette per ascoltare la radio, avrebbe sbattuto il blindo della porta e, tra sè, avrebbe affermato sempre secondo la versione del teste "odio i vecchi, ne ho ammazzati tre, ora ammazzo il quarto".

Ne sarebbe seguita una conversazione a due, nella quale a dire del marocchino Cestra sarebbe stato più esplicito ammettendo l'omicidio. «Ho ascoltato quello che mi diceva senza fare troppe domande», prosegue il teste che accenna a un altro episodio: avrebbe visto Cestra con un «bastone di carta cercare di recuperare qualcosa nella cella che era sotto sequestro dell'autorità giudiziaria. Forse ha fatto un errore». Il pm insiste ancora e dal verbale di interrogatorio del teste ripete le parole che questi ha attribuito a Cestra: «ho usato una tecnica particolare senza fare rumore. Anche la guardia non si è accorta di nulla. Se dovessero scoprire qualcosa dirò che sono stati i poliziotti o qualcuno pagato». Chiesti dai difensori di Cestra chiarimenti sul perché il loro assistito si sarebbe arrabbiato, sul giorno del colloquio, non indicato dal teste, e sulla frequentazione tra i due. Punto sul quale anche il presidente della corte chiede lumi, con il teste che aggiunge di non aver avutopiù rapporti con Cestra limitandosi a dei saluti quando si incontravano.

A domanda del presidente il teste nega di aver avuto dei risentimento nei confronti di Cestra. Ascoltato poi un infermiere del carcere che dichiara che Mari stava spesso al letto e che di lui si occupava Cestra in quanto zoppicava. Anche gli agenti della polizia penitenziaria confermano che Cestra assisteva il compagno di cella.
Un'attività che, nel gergo carcerario, si definisce piantone e per la quale, come confermato dallo stesso Cestra nelle spontanee dichiarazioni rese, percepiva 230 euro mensili. Punto sul quale anche l'avvocatura dello Stato, per la responsabilità civile del ministero, chiede spiegazioni. Solo uno degli agenti penitenziari sentiti è intervenuto a soccorrere Bassi, impiccato con un lenzuolo alla grata e con i piedi specifica l'assistente capo che toccavano terra. Parte civile per la famiglia Bassi gli avvocati Rolando Iorio e Giuseppe Spaziani.