Quando scatta una zona rossa sono i primi a restare a casa e gli ultimi a tornare alle loro attività quotidiane. I teenager del pianeta, come i bambini, hanno dovuto imparare un nuovo modo di vivere la scuola per lungo tempo a distanza, alle prese con la Dad - e mettere da parte socialità, abbracci, esperienze condivise.

Un prezzo non basso quello pagato alla pandemia.
Eppure, «di tutti i casi di Covid-19 segnalati dai Paesi nel 2020, gli under 18 pesano solo per l'8%, nonostante rappresentino il 29% della popolazione mondiale», segnala l'Oms, mentre la comparsa di varianti di Sars-CoV-2 rischia di cambiare ancora le carte in tavola.
Studi e analisi sono «in corso soprattutto su questo: sull'impatto di nuove varianti» sui giovanissimi, assicura l'Oms.

Il dilemma, dopo un anno di pandemia, resta sempre lo stesso: c'è o no un ruolo significativo delle scuole nella trasmissione del virus? Le considerazioni per decidere di chiudere, anche parzialmente o riaprire le scuole dovrebbero essere guidate da un approccio basato sul rischio, per massimizzare i benefici sia educativi che sanitari e prevenire una nuova epidemia di Covid nella comunità.

Ma in ogni caso la chiusura della scuola dovrebbe essere adottata come "ultima spiaggia", come rimedio temporaneo e solo a livello locale in aree con trasmissione intensa. Non solo: «Il tempo in cui queste scuole sono chiuse - ammonisce l'Oms - dovrebbe essere utilizzato per mettere in atto misure per prevenire e rispondere alla trasmissione quando le scuole riapriranno. Le autorità sanitarie e educative dovrebbero continuare a monitorare nuove informazioni e ricerche per quanto riguarda la comparsa delle varianti».

Gli under 10 sono meno suscettibili e meno contagiosi di quelli più grandi. E invece gli adolescenti tra 16 e 18 anni trasmettono il  virus con la stessa frequenza degli adulti.