In un anno complesso, come quello che sta per chiudersi, occorre una maggiore unione tra tutte le azioni rivolte alle tante famiglie alatrensi in stato di necessità. Un invito che nasce dopo aver constatato l'aumento delle difficoltà che riguardano molti nuclei familiari, suddivisi tra chi già usufruiva di sostegno e chi si è aggiunto in seguito o perché ha perso il lavoro o perché vive(va) in zone "grigie" senza un'occupazione visibile. Un'unione che dovrebbe portare maggiore chiarezza nelle iniziative messe in atto, eliminare la confusione che spesso si è creata tra diverse sigle o gruppi e, soprattutto, garantire più incisività negli interventi.

Ad Alatri, come è noto, dietro la distribuzione di pacchi-viveri e di altri generi agiscono molti "attori" che, talvolta, finiscono per sovrapporsi. In più, con la prematura scomparsa del compianto don Maurizio Di Girolamo, è venuta a mancare una figura che faceva da riferimento vero per l'attività del Banco alimentare ufficiale, che è fermo da diverso tempo. Insomma, i rischi sono quelli di non arrivare a tutti i bisognosi nel modo più giusto e corretto e di disperdere preziosi dati su molte situazioni seguite dal Banco alimentare stesso. Da qui, l'urgenza di istituire un tavolo di confronto tra gli operatori territoriali e arrivare, possibilmente, ad un coordinamento che contenga la dispersione.

E tra i primi passi da fare ci sarebbe da quantificare l'esatta dimensione odierna della mole di chi non naviga in buone acque economiche: prima del lockdown primaverile, erano centinaia le famiglie aiutate periodicamente da Banco alimentare, Caritas e altre realtà autonome. Alcune di queste hanno poi usufruito del reddito di cittadinanza, quindi sono arrivati i buoni spesa. Serve dunque una statistica precisa per capire, effettivamente, chi vive in uno stato di privazione, calibrando quindi meglio i sostegni, diversificandoli.