«Inutile rimanere aperti. A che scopo?». Dolore e rabbia nelle parole di una signora, titolare di una pasticceria in un piccolo paese della Valcomino, quando risponde alla domanda su cosa pensa di fare nei giorni di festa del Natale.

«Il nostro guadagno arriva dalle vendite dei prodotti ai clienti che vengono dai paesi vicini, ma se non ci si può spostare in quei giorni per le restrizioni imposte dal governo, allora non ha senso preparare pasticcini, torte e dolci se poi resteranno invenduti».

Siamo solo al 10 dicembre e già sono molti i negozi e le botteghe che vivono del commercio rivolto a una clientela extra comunale ad annunciare la chiusura nei giorni di Natale e Santo Stefano, fino all'anno scorso due dei giorni di maggiori vendite per queste loro attività.

Tra gli esercizi commerciali ci sono anche i vari ristoranti che da anni erano soliti preparare cenoni nella sera della vigilia: «Di questi tempi l'anno scorso avevo già esaurito le prenotazioni», dice il gestore di un locale del centro storico di Atina. «Ma adesso  - aggiunge - quelle poche arrivate sono stato costretto ad annullarle».

Dunque, una debacle su tutta la linea che, si spera, tenga fuori l'appuntamento del 24 dicembre con Babbo Natale: non è mai stato saggio far piangere un bimbo, tantomeno in questo periodo di diffusa inquietudine.

Altre consuetudini da riscrivere, la messa di mezzanotte: il coprifuoco che scatta alle 22 rende più complicato conciliare la messa e il cenone, lo sanno bene i parroci che ancora oggi non riescono a divulgare il programma delle celebrazioni natalizie.

Insieme alle molte saracinesche che (controvoglia) resteranno abbassate il 25 e 26 dicembre, saranno altre le attività o le consuetudini che daranno forfait tra cui la festosa convivialità che accompagna l'atmosfera di quei giorni: ne faranno le spese le famiglie con parenti oltre il confine comunale (si spera fino all'ultimo che vengano allentate le maglie del provvedimento) che nella Valle di Comino sono praticamente la quasi totalità.