Non allenta la concentrazione neppure per un secondo.
Usa un linguaggio militare perché questa è una guerra, ad un nemico invisibile che non perdona. I risultati negativi non lo abbattono, quelli positivi non lo esaltano.
Perché in una guerra i conti si fanno alla fine. In questo caso specifico quando pure "l'ultimo giapponese" avrà smesso di combattere.

Assessore, ma lei è proprio così "cattivo" (nel senso di determinato) oppure la disegnano così? «Guardi, il mio compito è essere realistico, dire le cose come stanno. Giorno dopo giorno. Non voglio creare ansie, ma non posso neppure pormi il problema di essere confortante».

Rt nel Lazio è sotto l'1. Un segnale importante. Raggiunto come?
«L'indice di contagiosità è a 0,82. Un risultato che abbiamo raggiunto grazie ad alcune misure prese. In particolare tre. La prima: aver anticipato l'obbligo delle mascherine all'aperto e gli orari di chiusura. La seconda: la straordinaria capacità di testing messa in campo. Il Lazio è la prima regione italiana come numero di casi testati rispetto alla popolazione residente. Il terzo: l'attività delle tanto discusse Uscar, che invece si sono rivelate decisive. Sì, le Unità speciali continuità assistenziale regionale hanno garantito interventi puntuali e rapidi nelle comunità chiuse dove si registravano cluster. Penso alle case di cura, alle case di riposo, alle carceri. Poi naturalmente ci sono stati comportamenti giusti da parte delle persone. Detto questo, però, dobbiamo essere consapevoli che la battaglia sarà ancora molto lunga. Guai ad abbassare la guardia».

Nelle province di Frosinone e Latina Rt è più alto o più basso di 0,82?
«In entrambe le province Rt è in linea con quello del Lazio».

Una settimana fa lei aveva parlato di "battaglia di Roma e del Lazio", individuando per la fine del mese il possibile picco dei contagi. Da qualche giorno invece fa riferimento al plateau. La curva si sta raffreddando?
«La battaglia di Roma e del Lazio è in corso. Noi abbiamo le nostre truppe, quelle ospedaliere. Però la curva sta dando segnali di rallentamento. Come una macchina lanciata che scala dalla quinta alla quarta.
Prima avevamo un incremento del 5%, ora del 3%. Dobbiamo continuare così: l'obiettivo è portare Rt sotto lo 0,5. Dalle province di Frosinone e Latina stanno arrivando ottime risposte. Per esempio l'allestimento di aree pre-triage all'altezza presso gli ospedali Fabrizio Spaziani (Frosinone) e Santa Maria Goretti (Latina).
A Frosinone ormai da giorni non ci sono ambulanze in fila al Pronto Soccorso. In entrambe le province si sta facendo un ottimo lavoro sul versante dei controlli nelle Rsa e nelle case di riposo. Poi c'è la grande risposta sul fronte dell'accordo con i medici di medicina generale per i test antigenici rapidi: hanno aderito 143 medici in Ciociaria e 191 in provincia di Latina. Infine l'accordo con le farmacie per l'esecuzione dei tamponi rapidi antigenici e dei test sierologici: da entrambi i territori segnali importanti di reattività. Insomma, un grande sforzo, nel solco tracciato dalla Regione Lazio».

In tutto questo però c'è la disposizione del Tar che ha detto stop alle visite dei medici di famiglia ai malati Covid a casa. Che ne pensa?
«Abbiamo fatto ricorso al Consiglio di Stato. Va aggiunto però che la decisione del Tar è arrivata a seguito del ricorso di un sindacato dei medici.
Non mi piace alimentare polemiche. Dico però che quando si è in guerra per vincere c'è bisogno di un esercito unito. E quindi avere dei reparti che pensano a ritirarsi non va bene. E incide sul morale delle truppe».

Quanto è complicato gestire una pandemia del genere in una regione dove c'è Roma?
«Tanto, ma è il nostro lavoro. In tutto il mondo il contagio dilaga nelle grandi capitali e nelle metropoli.
A Roma no. Pure in tal caso stanno funzionando misure e comportamenti. Oltre naturalmente al lavoro eccezionale di medici e infermieri. Nella prima linea della trincea ci sono loro».

Senta D'Amato, che Natale sarà?
«Un Natale a casa. In sicurezza, rispettando le regole.
Ma davvero qualcuno pensa che in un momento del genere la cosa più importante sia celebrare il Natale come se il virus non ci fosse? Siamo seri. In questi giorni più volte ho detto: "Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi". Nel senso che se non facciamo errori in questa fase delicatissima e cruciale, potremo poi avere una primavera e un'estate migliori».

Pare di cogliere una certa preoccupazione proprio per il periodo natalizio.
«La sua percezione è giusta. Siamo preoccupati, sono preoccupato. Sarà il primo Natale ai tempi del Coronavirus. Vuol dire che le regole dovranno essere rispettate, che gli abbracci e i baci non potranno esserci, che il distanziamento dovrà essere osservato.
Che si potrà stare insieme in questo modo, con un numero limitato di persone. Tenendo la mascherina e prestando la massima attenzione alle persone anziane e a quelle più fragili. Non possiamo permetterci che il Natale diventi un momento in cui il virus contagia di più.
Come si fa a non essere preoccupati dopo quello che è successo in estate?».

Una volta per tutte: cosa è successo in estate? «Cose pazzesche. Intanto sono passati dei messaggi sbagliati, privi di riscontro scientifico ma anche di buon senso. Ricordo che per mesi si è ripetuto che con la stagione calda il virus avrebbe perso aggressività.
Non è stato così. Alcuni medici hanno detto che il virus era clinicamente morto o, al massimo, mutato in una versione meno pericolosa. Non era così. Tutto questo ha avuto come conseguenza che alcuni pezzi di classe dirigente abbiano abbassato la guardia, dando il via a un "tana libera tutti" assolutamente ingiustificato. Fino ad arrivare alle discoteche aperte senza alcuna misura precauzionale. In estate è stato dato al virus un vantaggio enorme. E stiamo ancora pagando quella serie di sbagli».

In che senso?
«Da metà agosto a metà settembre abbiamo registrato più di 3.500 casi collegabili ai rientri dalle vacanze.
Chi è rientrato in famiglia ha contagiato pure gli altri componenti. Un effetto domino. Teniamo sempre presente che l'89% dei focolai si è sviluppato in ambito familiare».

L'Italia è stata travolta da una seconda ondata annunciata. Esiste una forte responsabilità del Governo Conte. O no?
«L'intera Europa è stata colta nuovamente di sorpresa.
Non sfuggo alla domanda ma non è un fatto di colore politico. Alcune previsioni di addetti ai lavori hanno fatto abbassare la guardia. E pezzi di classe dirigente, ai diversi livelli, hanno seguito quelle indicazioni. Cosa avrei fatto io? Non entro in casa d'altri. Posso soltanto dire che in questa pandemia il fattore tempo è determinante. Se lo perdiamo, regaliamo al virus delle praterie sterminate. E poi è sempre meglio dire le cose come stanno».

A gennaio cominceranno ad arrivare le prime dosi di vaccino. Come si sta preparando il Lazio?
«Il 2021 sarà l'anno della campagna vaccinale. Abbiamo già preso contatti con Pfizer (il primo vaccino che arriverà), Moderna e AstraZeneca. A gennaio in Italia arriveranno 1.700.000 dosi del vaccino della Pfizer: 200.000 saranno destinate al Lazio. Siamo già al lavoro per stratificare la popolazione, per individuare i soggetti fragili e con più patologie. Ma stiamo altresì predisponendo un piano logistico, per lo stoccaggio e la distribuzione dei vaccini. Questo è un virus che divide, che separa, che colpisce».

Nel Lazio entro quale periodo potrà essere vaccinata la grande maggioranza della popolazione? Settembre può essere un termine? «L'obiettivo è per la fine dell'estate, sì».

Quali sono i punti più importanti del piano vaccinale?
«Il vaccino della Pfizer va conservato ad una temperatura di -75 gradi. Dunque provvederemo all'acquisto di appositi frigoriferi. I modelli di riferimento sono quelli che si utilizzano per le Car-T, la manipolazione della sequenza genetica delle cellule del sistema immunitario. Sia all'Umberto Primo che al Bambino Gesù ci sono già. Ma ne acquisteremo altri, uno per ogni Asl. Per lo stoccaggio c'è un accordo con Aeroporti di Roma. C'è una grande area di stoccaggio tra gli hangar».

Nel Lazio, a regime, sono previsti quattro milioni di dosi di vaccino. Ma i residenti sono sei milioni.
«Beh, intanto il vaccino sarà su base volontaria.
Bisognerà vedere quanti aderiranno. Inoltre le tempistiche saranno dilatate e non ci faremo cogliere impreparati. La nostra sarà una chiamata alle armi: aziende ospedaliere, medici di base, pediatri, farmacie, drive in, sanità militare».

La rete ospedaliera sta tenendo? Glielo chiedo anche per Frosinone e Latina.
«Lo stress è enorme. I sistemi sanitari pontino e ciociaro stanno tenendo benissimo. Certamente la curva dei contagi e quella dei decessi fanno registrare numeri importanti, ma in linea con il trend regionale.
Torno sulla rete ospedaliera: negli ospedali di Latina, Formia, Frosinone e Cassino sono arrivati pazienti Covid provenienti dalla Campania. In auto o con ambulanze private. Vuol dire che i sistemi sanitari di queste province vengono ritenuti all'altezza».

Questo però rischia di pesare sulla gestione dell'emergenza all'interno della regione.
«Stiamo gestendo bene anche questo aspetto.
In ogni caso abbiamo il dovere di assicurare assistenza a tutti. La battaglia è generale, riguarda tutta l'Italia».

Il Lazio è zona gialla circondata da aree rosse.
Siamo circondati?
«Lo dico forte e chiaro: la fascia gialla non è una medaglia da esibire. Ci vuole un attimo per diventare arancioni o rossi. Per il sottoscritto è fondamentale non abbassare mai la guardia. Anzi, non mi dispiacerebbero maggiori cautele. L'obiettivo è raffreddare la curva».

Se Rt scende sotto 0,5 si va in fascia bianca. È un obiettivo?
«Certo che è un obiettivo, ma non raggiungibile nel breve periodo. Contiamo di poterci arrivare a febbraio, quando terminerà anche il picco influenzale. A proposito del picco influenzale, per quel periodo contiamo di avere anche l'arma del test antigenico rapido discriminante, un tampone rinofaringeo per distinguere i sintomi dell'influenza A e B da quelli del Coronavirus. Stiamo lavorando molto su questo».

Assessore D'Amato, quando finirà?
«Posso dire questo: andrà avanti fino alla seconda metà del 2021. Il punto è che dobbiamo raggiungere la quota più alta possibile di immunità di gregge attraverso il piano delle vaccinazioni. Perché soltanto così limiteremo la capacità di circolazione del virus. Sarà una guerra lunga, ma oggi sappiamo che possiamo vincere. Dobbiamo essere ligi, rispettare le regole, pensare agli altri, mantenere alto il livello di concentrazione. Siamo nel plateau, c'è un rallentamento. Ma non siamo ancora in sicurezza: i casi sono diminuiti ma è aumentata la complessità. Non dobbiamo e non possiamo vanificare gli sforzi fatti.
Pensiamo ai medici, agli infermieri, agli ausiliari, a tutti quelli che stanno combattendo il virus da dieci mesi.
È una battaglia casa per casa. Dobbiamo battere il virus in ogni singola strada: rispettando le regole. Non ci sono alternative alla vittoria».