«Gabriel poteva essere salvato. Invece, dopo il delitto, i genitori restano nel campo a decidere come potersi guadagnare l'impunità». I pm Valentina Maisto e Roberto Bulgarini Nomi non hanno dubbi. Gabriel Feroleto, ucciso a poco più di due anni perché piangeva dalla madre, poteva essere salvato. E a non impedirlo sarebbe stato proprio il padre, nei confronti del quale ieri dopo una lunga requisitoria chiede in accordo con il dottor Bulgarini l'ergastolo. Solo poche ore prima, la condanna di Donatella a trent'anni con l'ab breviato.

La requisitoria
Il concorso morale per la pubblica accusa c'è. «Nicola avrebbe rafforzato il proposito di Donatella, non vi è dubbio che lui picchi e minacci Gabriel: la perizia del medico legale lo racconta. Ha accettato il rischio che Gabriel potesse morire e non ha fermato Donatella. In subordine, infatti, contestiamo a Nicola di avere avuto l'obbligo di impedire l'evento». Cinquanta pagine nelle mani della giuria popolare, contenenti i punti salienti della requisitoria. La dottoressa Maisto parte dall'inizio della maledetta giornata del 17 aprile e la ripercorre, arrivando al momento dell'omicidio. «"Basta, fallo stare zitto!" le dice Nicola. Lei mette la mano sulla bocca di Gabriel. Più il bambino si dimenava, più lei non lasciava la morsa, come racconta proprio Donatella in aula. Il bambino resiste, cerca di difendersi. Lui era lì sostiene la Maisto vedeva e non faceva niente. Feroleto capisce e prova a occultare il cadavere. Lancia il corpo sotto un cespuglio di rovi. Poi i venti minuti in cui i genitori, invece di chiamare aiuto, iniziano a discutere. Discutere su come guadagnarsi l'impunità. Prima lui le suggerisce la scusa dell'incidente, poi la minaccia. Quindi va via».

I pm non tralasciano nulla, dalle tracce scientifiche alla richiesta del falso alibi; dalle intercettazioni in carcere alle differenti versioni raccontate anche da Nicola, in cui è lui - subito dopo il fermo - a collocarsi nel campo. «Nega di aver chiesto ai familiari un alibi, poi arriva a dire cose per sostenere le bugie. E tra tanti "non ricordo" viene incastrato - prosegue -. Contestati il ruolo di ascendente, la particolare vulnerabilità della vittima, il fine banale (Nicola vuole avere un rapporto con Donatella e Gabriel piange) rispetto alla sproporzione di ciò che viene fatto. Pensate a un bambino di due anni. Attivate gli orologi e fate trascorrere otto minuti: il tempo che sarebbe bastato per uccidere un bambino tanto piccolo e indifeso. Non è poco».

Le discussioni
«Il processo si poteva chiudere, dal punto di vistaprobatorio, al 20 aprile 2019 quando Feroleto all'esito del fermo di convalida ce lo dice di suo pugno.
È Nicola che ci dice di essere stato presente, sempre lui a raccontare alla compagna "Abbiamo fatto un guaio". Poi aggiunge che Gabriel aveva un segno sul sopracciglio: come poteva saperlo? Solo se fosse stato presente» sottolinea l'avvocato Alberto Scerbo, legale di nonna Rocca. Quello dei "segni", dei graffi sul volto del piccolo è uno degli elementi ripreso più tardi anche dall'avvocato Luigi Montanelli, rappresentante della bisnonna con l'avvocato Perna, amministratore di sostegno. «Anche l'ipotesi di aver atteso Donatella davanti all'abitazione, finché lei non arriva con Gabriel morto tra le braccia, appare inverosimile» aggiunge Montanelli. E sul dolore della nonna Scerbo aggiunge: «Nonna Rocca vivrà con una pena nel cuore pensando a quegli 8 minuti di asfissia del nipote». Poi chiede il dissequestro dell'abitazione.

«Noi abbiamo assistito ad un processo in cui l'imputato ha sottolineato l'avvocato Giancarlo Corsetti, che rappresenta Luciano, durante la sua discussione non ha avuto alcun momento di partecipazione emotiva.
Nel continuo tentativo di opporre una difesa frammentaria alle accuse, Feroleto ha posto in essere una serie di strategie mentali per nascondere la verità».
Feroleto per l'avvocato Luigi D'Anna, invece, non c'era sul campo quando Gabriel moriva. Per lui ci sarebbe un'altra versione dei fatti, diversa da quella fornita dagli inquirenti, in cui un ruolo preminente sarebbe stato ricoperto proprio dalla nonna. Mette sul tavolo le testimonianzeche non reggono, le scarpine che restano sotto al letto, le testimonianze che non collimano. L'omicidio, per lui, è avvenuto in casa. «Le sensazioni restano sensazioni. Non si può condannare all'ergastolo un uomo se non si ha certezza della sua responsabilità. Chiedo l'assoluzione per il mio assistito, per non aver commesso il fatto, o in subordine perché la prova è insufficiente o contraddittoria». Il Feroleto ancora connesso ringrazia il suo avvocato e piange, poi si disconnette. Venerdì prossimo repliche e sentenza.