Seicento pagine di orrori. Storie di donne, uomini e bambini violentati senza pietà dalle truppe marocchine.
Sono le storie contenute nei documenti che l'associazione nazionale "Vittime delle marocchinate" sabato scorso ha consegnato all'amministrazione comunale di Pontecorvo.

Atti che potranno aiutare il sindaco Anselmo Rotondo e il presidente del consiglio comunale Katiuscia Mulattieri nell'ottenere la medaglia d'oro al valore civile per una delle pagine più atroci della storia recente. E dare la giusta memoria alle vittime.

Le storie. Fratello e sorella
Le storie che vengono raccontate in quegli atti sono agghiaccianti. Testimonianze raccolte dal maresciallo maggiore che all'epoca era in servizio presso la stazione dei carabinieri di Pontecorvo e che ha dovuto ascoltare e verbalizzare quegli orrori. Aveva appena diciannove anni Angela (nome di fantasia), quella mattina del maggio 1944 si trovava in contrada Cronelle insieme a suo fratello. Erano le prime ore del mattino, l'orologio aveva segnato da poco le nove, una giornata come tante dove la ragazza stava camminando insieme a suo fratello quando incrociò coloro che sarebbero diventati poi i suoi carnefici.

Un gruppo delle truppe marocchine la videro, giovane, bella: la vittima perfetta. Fu questione di istanti, il fratello immobilizzato, lei circondata, buttata a terra.
Momenti interminabili in cui abusarono di lei, violentandola ripetutamente e lasciandola alla fine a terra, inerme, immobile. Una vita annientata da quella brutalità.

Lei aveva 15 anni
Giovanna (altro nome di fantasia) aveva appena quindici anni. Una bambina che si stava affacciando alla vita da donna, una ragazza che iniziava a scoprire la vita. Ma quel maledetto giorno del maggio del 1944, quella spensieratezza le fu portata via. Era da poco passato mezzogiorno quando lei, componente di una famiglia di sei figli, fu bloccata dalle truppe marocchine.
Chi era presente accanto a lei fu fermato a guardare quella scena orrenda dove le urla di quella ragazza si mischiavano con le risate ignobili di quella truppa, lei che chiedeva pietà e loro che continuarono a violentarla ripetutamente. Stuprata a turno da quell'esercito che portò la violenza da cui il territorio non è mai riuscito a riprendersi. 

Reparto ospedaliero per le vittime
Quelle raccontate sono solo alcune delle testimonianze presenti negli atti consegnati sabato in Comune. Storie che si uniscono a quelle di altre centinaia di persone che subirono la stessa violenza. Un territorio martoriato dagli stupri di massa, tanto che anni dopo, nel 1950, fu l'allora Prefetto di Frosinone a comunicare l'istituzione presso l'ospedale civile di Pontecorvo di un apposito reparto per la cura delle donne marocchinate. Con l'esplicito invito a «ricoverare in detto ospedale tutte le donne che a giudizio di codesto ufficiale sanitaria sono abbisognevoli di cure e accertamenti».

Le carte dell'orrore
Documenti che fotografano l'orrore che ha attraversato questo territorio. Denunce dove i fatti diventano declinazioni puntali di una giornata tragica. Dove sembra di leggere un diario al contrario, dove le ragazze invece di raccontare sogni e speranza si ritrovano a descrivere brutalità e senso di orrore.

La battaglia comune
Per questo motivo la proposta dell'associazione nazionale "Vittime delle Marocchinate" di avviare tutto l'iter per ottenere la medaglia d'oro ha incassato un appoggio unanime. Cittadini, associazioni e politici in prima linea per riuscire a rendere omaggio alle vittime di quegli orrori. Rendere omaggio a chi, in quei giorni, fu portata via la vita.