Le mascherine? La distanza di un metro? Il lavaggio continuo delle mani? Azioni indispensabili ma che potrebbero rivelarsi vane se non c'è il fattore più importante: quello della ventilazione.
Negli ambienti chiusi e, soprattutto a scuola, è fondamentale per limitare la diffusione del virus.
È quanto emerge da uno studio di Giorgio Buonanno, professore di fisica tecnica ambientale all'Università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale e alla Queensland University of Technology di Brisbane (Australia).
Nella sostanza dei fatti l'analisi del docente attribuisce alla trasmissione degli "areosol" – le goccioline respiratorie minuscole che restano sospese nell'aria e che perciò non vengono contrastate con la sola mascherina – la causa più insidiosa del contagio e dell'aerazione dei locali il modo più adeguato per contrastarlo.

Professore, dunque il Covid si trasmette per via aerea?
«I luoghi critici sono gli ambienti chiusi di dimensioni ridotte e con limitata ventilazione, soprattutto con un tempo di permanenza elevato perché la trasmissione del virus avviene non solo attraverso i droplets – le goccioline pesanti che a causa di una dimensione maggiore precipitano a terra per forza di gravità entro i due metri – ma anche attraverso minuscole goccioline, l'aerosol, esalate dalle persone infette quando tossiscono o starnutiscono ma soprattutto quando parlano, cantano, gridano, respirano».

Ci spieghi meglio...
«Prendiamo una classe media di venti/venticinque alunni. Immaginiamo che gli studenti siano delle candele. Dopo ore che "bruciano" la classe si riempie di fumo. Se non c'è un ricambio d'aria e una di quelle candele è infetta è facile che possa contagiarne altre anche se c'è la distanza di oltre un metro».

Quindi cosa si può fare a scuola per limitare il contagio?
«I rischi aumentano quando è il docente a essere infetto perché parla più a lungo e ad alta voce per essere ascoltato, quindi emette cento volte di più rispetto alla normale respirazione. Un potenziale alunno malato a confronto parla molto sporadicamente ed è decisamente meno pericoloso. Se in una classe di 150 metri cubi venticinque studenti passassero cinque ore con un docente malato che spiega per due ore, senza prendere alcuna misura di precauzione contro gli aerosol, potrebbero contagiarsi fino a dodici studenti. A scuola fa ancora meglio della ventilazione forzata dotare i docenti di un microfono (così non sarebbero costretti a parlare ad alta voce): solo 1,4 persone rischierebbero il contagio e in quella stanza potrebbero restare 9 persone (con rischio individuale di infezione pari al 2,7%).

Se mettiamo insieme tutti i dispositivi: mascherine, ventilazione forzata e microfono il numero massimo di persone contagiate in presenza di un insegnante infettivo scenderebbe drasticamente a 0,4 (meno di un contagio) e in quella stanza potrebbero soggiornare fino a trenta studenti mantenendo comunque un R0 inferiore a 1: solamente con tutte queste precauzioni si potrebbe controllare adeguatamente l'indice R0 mantenendolo al di sotto di 1».

Ma sappiamo che tanti alunni devono raggiungere la scuola con gli autobus. Come si può intervenire in tal senso?
«L'autobus urbano non rappresenta una grande criticità perché facendo molte fermate c'è una grande ventilazione e i tempi di permanenza sono ridotti. È stato stimato che occorrono circa diciassette minuti minimo di permanenza per inalare la dose di aerosol che può provocare l'infezione. Molto più pericolosi i treni o in generale i trasporti a lunga percorrenza se non c'è un buon sistema di ventilazione».

Quindi, in sostanza, indossare la mascherina non serve a nulla in base a questo ragionamento?
«La mascherina serve eccome, è uno degli strumenti principali per proteggersi dal virus, ma da sola non basta, non porta il rischio a zero. Stesso discorso vale per il distanziamento, soprattutto quando siamo al chiuso. Perché gli aerosol non sono come le droplets che cadono a terra in meno di due metri».

Un bel problema ora che siamo in autunno e ci avviamo nel pieno della stagione invernale...
«Sì, il periodo non aiuta. Per due motivi: anzitutto perché il virus contagia molto di più intorno ai 4°-10° mentre è più debole con le alte temperature. Se quest'estate ci sono stati meno casi è anche e soprattutto grazie a questo. E poi chiaramente in inverno trascorriamo molto tempo all'interno delle nostre case o comunque al chiuso e senza una corretta ventilazione o ricambio d'aria il rischio è certamente maggiore. L'80% dei contagi odierni si è verificato in ambienti chiusi».

Questo virus sembra avere un lato "positivo": non colpisce molto i bambini. Sono più protetti?
«Credo dipenda anche dal fatto che se la diffusione è minore al di sotto dei sei anni è anche perché i bambini emettono meno "goccioline" rispetto agli adulti».
In conclusione: per proteggerci dalle droplets c'è l'uso obbligatorio della mascherina e il distanziamento sociale. In pratica, per difenderci dagli "aerosol" ed evitare il contagio in ambienti chiusi, come possiamo agire praticamente considerando che d'inverno è difficile poter stare a lungo con le finestre aperte?
«In un'aula scolastica di medie dimensioni è possibile ricambiare completamente l'aria aprendo le finestre in 10-20 minuti ma è chiaro che con la stagione fredda non è sempre fattibile. L'ideale sarebbe agire con impianti di ventilazione meccanica controllata: nel caso di ricircolo è consigliato l'utilizzo di filtri Hepa. Quando la ventilazione meccanica non è attuabile perché richiede importanti lavori di ristrutturazione si può pensare a purificatori d'aria portatili che possono essere spostati in vari ambienti».