Sviluppi sulle indagini dell'esplosione a Rocca di Papa a giugno del 2019 in cui persero la vita nel tremendo rogo il sindaco della città Emanuele Crestini e il suo delegato Vincenzo Eleuteri. A scatenare l'esplosione ai Castelli Romani, durante i carotaggi sulla pavimentazione di corso Costituente, la rottura accidentale di un tubo del gas. Lavori che stava eseguendo in subappalto la ditta TecnoGeo, per conto di una impresa di Isernia.

Indagini che vedono indagati un geologo e due fratelli monticiani, Emiliano e Norman Abballe, responsabile legale e tecnico della TecnoGeo. Sono accusati di disastro colposo e duplice omicidio colposo. Ieri sei ore di incidente probatorio per il disastro di Rocca di Papa.
Ha risposto alle domande della difesa, del pubblico ministero e delle parte civili la professoressa Mara Lombardi, associata della Sapienza, della cattedra di Tecnologie di materiali e di costruzioni.

Dalle sue dichiarazioni è venuto fuori un quadro diverso rispetto a quanto prospettato all'inizio. In primis è emerso che durante gli scavi per introdurre le telecamere è venuto fuori un disallineamento tra la planimetria che era a disposizione della ditta monticiana e l'effettiva geolocalizzazione del tracciato. Dopo la perforazione da parte dell'impresa è stato avvertito un funzionario del Comune, il quale ha chiamato a sua volta il call center dell'Italgas e l'operatore avrebbe dato indicazione di mettere stracci bagnati sul buco della perforazione.

Ma tali stracci, messi all'esterno, avrebbero veicolato il flusso verso le condotte e la cavità all'interno del terreno. Tanto è vero che il gas, attraverso gli stracci bagnati sarebbe stato veicolato dall'altra parte della strada, dove insistevano i sotterranei dell'archivio del Comune. Sotterranei, quindi, che si sarebbero riempiti di gas che poi avrebbe raggiunto i piani della palazzina.
Il terzo elemento la mancanza di indicazione di uscire dallo stabile, anzi, è stato indicato di chiudere le finestre e così si sarebbe sviluppata la saturazione nell'ambiente. Quarto elemento l'innesco che c'è stato: o per l'ascensore rimasto attivo, o per una sigaretta o per i telefoni cellulari. Ultimo elemento venuto fuori il lasso di tempo tra la perforazione del metanodotto e il momento della deflagrazione, dopo un'ora e 47 minuti.

La difesa sostiene che se fosse stato bloccato l'impianto non si sarebbe arrivati alla saturazione. Tant'è che Lombardi ha sostenuto che in realtà l'impianto non è dotato di paratie e sono dovuti arrivare tecnici da fuori paese. L'avvocato Nicola Ottaviani che difende l'impresa ciociara ha rilevato il fatto che l'impianto trovandosi al centro del paese, avrebbe avuto bisogno di un blocco da remoto o a distanza della fuoriuscita del metano a seguito della perforazione accidentale.