«Quando l'ho riportata a casa, dopo essere stati insieme l'intera mattinata a Cassino, Donatella stava bene. Mi ha dato un bacetto. Ci siamo dati appuntamento alle 16.30. Quella è l'ultima volta che ho visto Gabriel vivo. Era sulla sedia bianca, stava mangiando. Era ancora vivo». Nicola Feroleto ascoltato per ore in aula appare confuso.

Anche ieri, come già in precedenza offre dettagli che spiega a fatica. L'unico ricordo nitido (che ripete due volte) è quello dell'immagine di Gabriel sulla sedia bianca, sul cemento della Volla. Quando i pm Bulgarini e Maisto gli chiedono se avesse visto il figlio morto, Nicola risponde di sì ma « non subito». Poi aggiunge all'obitorio, su un tavolo. Non riesce a descrivere come era vestito né a fornire altri dettagli. Ma la salma di Gabriel è già sotto sequestro in una cella. L'autopsia verrà infatti disposta dalla dottoressa Maisto solo dopo il fermo di Donatella e dopo la convalida del suo fermo, successivo a quella della giovane mamma.

Le contestazioni dell'accusa sono tante. Nicola non riesce a rispondere sempre alle fiaccanti domande, il dottor Bulgarini va all'attacco: gli chiede conto del perché lui abbia cambiato versioni almeno quattro volte (tra le prime sommarie informazioni, l'interrogatorio e le altre spontanee dichiarazioni dal carcere). E gli contesta tutto, anche in ordine a quanto registrato in carcere nei colloqui con i familiari. Sotto lente, però, più di ogni altra cosa gli orari e gli spostamenti di quella mattinata. Fino all'ora di pranzo c'è una sorta di linearità. Poi lui riferisce di aver lasciato a casa Donatella intorno alle 14.30 dopo essere stato in intimità con lei ma di non essere andato subito a casa sua: prima avrebbe sistemato delle lamiere e della legna in campagna. Poi avrebbe raggiunto la compagna e il figlio di Villa Santa Lucia, si sarebbe cambiato jeans e scarpe e avrebbe pranzato. Prima di ritornare a Piedimonte dove viene fermato dai militari prima di raggiungere l'abitazione di Gabriel, che era morto. Ma lui ancora «non lo sa».

«Può darsi pure che non ci sia andato subito a casa, ma non mi ricordo. Sono scombussolato. Ho lasciato Donatella a casa poi non ricordo». Nel colloquio coi figli in carcere, contesta il pm, lui dice che in campagna c'era stato un'ora e mezza e di aver fatto pure gli asparagi. Ma non riesce a mettere a fuoco. Così come il fatto di aver pranzato con Anna. La ricostruzione è complessa. Ma su una cosa non si contraddice mai: «Io lì non c'ero, l'avrei salvato». Gli avvocati sono immobili: Alberto Scerbo, Giancarlo Corsetti, Luigi Montanelli e Carlo Perna non perdono una parola. In aula c'è silenzio.

Scandagliati pure i rapporti
«Lei mi aveva chiesto di lasciare Anna. Io le ho detto di no, perché avevo un altro ragazzo. E non era possibile. Ogni tanto me lo chiedeva, io dicevo di no. Lei si dispiaceva e aspettava. Il padre di lei mi disse anche che volevano sistemare un monolocale a San Donato per andare a vivere insieme lì. Non ho mai capito che Donatella avesse dei problemi» afferma Nicola rispondendo alle domande. «Ero innamorato di lei. Il nostro non era un rapporto solo di natura sessuale. Sì era iniziato come un'avventura. Ma io ci tenevo. Donatella era innamorata di me ed era gelosa di Anna.
Io le davo anche dei consigli, come un padre. Si appoggiava molto a me».

Una relazione difficile, nata per gioco in una festa di paese. Quando lei rimane incinta lui è preoccupato di dover sostentare un altro figlio (il quarto): lavori non stabili. Anzi, poi la perdita del lavoro ma alla fine la nascita del bambino, racconta ancora, cementifica l'unione. Lui nega, contrariamente a quanto dichiarato da Donatella nella precedente udienza -in cui la mamma si accusa e indica Nicola con lei nel campo dell'orrore - dice di non esserci stato quando la giovane soffocava il bambino. E ripete di non aver saputo della morte del figlio se non il 18 aprile, cioè il giorno successivo all'omicidio. «E allora perché cercare di creare un falso alibi?» chiede l'accusa. «Perché quei gesti di silenzio in caserma affinché nonna Rocca e Anna non parlassero?» aggiunge il presidente Perna.
«Io non sapevo neppure cosa fosse un alibi» risponde.
«Non c'ero con Donatella» continua a dire. Quando il suo avvocato Luigi D'Anna, inizia a porre domande, Nicola piange. «Se fossi stato lì l'avrei spinta, non l'avrei permesso» aggiunge piangendo: «Io gli volevo bene».

Ascoltati anche la madre, il padre e uno dei figli della prima moglie. L'udienza è stata aggiornata al 6 novembre. La sentenza è attesa alla fine dello stesso mese.