«Ci siamo rivisti dopo pranzo. L'ho raggiunto con Gabriel alla curva. Io non voglio avere un rapporto, Gabriel piange quando noi iniziamo a litigare. Lui gli dà due schiaffi e un cazzotto sulla fronte. Noi eravamo in macchina, Gabriel lo tenevo in braccio. Poi Gabriel e io scendiamo mentre lui fa retromarcia con l'auto. Scende e iniziamo a litigare ancora. Ci sediamo sull'erba, litighiamo. Gabriel piange. Nicola dice che ero pazza e di farlo stare zitto. E l'ho fatto».

Parole chiare, senza pause, senza tensione. Mai la voce si è incrinata, mai è stata rotta dal pianto. Donatella Di Bona entra in aula come teste nel processo a carico dell'ex compagno, Nicola Feroleto.
Entrambi accusati di aver ucciso il bambino, lei materialmente. Lui non muovendo di fatto un muscolo.
Si siede, protetta da un paravento in legno, e inizia a raccontare quella giornata in cui Gabriel è morto, soffocato dalle sue mani. Un racconto che prende allo stomaco. «Fallo stare zitto, mi dice. A quel punto io metto una mano sulla bocca del bambino per un bel po', non so per quanti minuti: 20 o 40. Non lo so» dichiara alla Corte Donatella.

«Gabriel si difende con le mani e con i piedi. Mi mette la sua mano sulla mia bocca, credo per liberarsi. Batte le gambine a terra, muove i piedi. E Nicola era sempre accanto a me. Guardava ma non diceva nulla. Guardava ma non faceva nulla. Mi sono fermata quando Gabriel non si muoveva più». I giudici, gli avvocati, i magistrati sono in silenzio.

Nicola, seduto al banco degli imputati accanto al suo legale Luigi D'Anna, non può vederla. Ma la ascolta.
E per la prima volta, dopo tante udienze, si anima scuotendo la testa, mentre Donatella-che solo alcuni giorni prima era stata tradotta in tribunale per l'udienza a suo carico con rito abbreviato condizionato alla perizia psichiatrica (i due genitori hanno scelto riti differenti) racconta in modo pacato. Non vuole neppure fermarsi per una pausa, quando l'avvocato Prospero propone un break. Gli avvocati della madre e del fratello Alberto Scerbo e Giancarlo Corsetti e delle parti civili (Montanelli e Perna) ascoltano fermi.

La sequenza della morte
«Non si muove più. Lo poggio per terra. Lo metto dritto, lui vomita - prosegue incalzata dalle domande - Nicola lo getta tra le spine, forse per nasconderlo. Io provo a riprenderlo e mi graffio». «Nicola mi dice di dire che è stato un incidente automobilistico, o che ero stata io, perché non stavo bene con la testa. Allora prendo il bambino tra le braccia, non pesava niente. Raccolgo le scarpe dal campo. E vado a piedi fino a casa». E Nicola che fa? «Lui se ne va in direzione Aquino». Scene senza veli, di una brutalità tale da non sembrare neppure vere. Gabriel è morto. Lei confessa  dopo le versioni cambiate più volte di averlo soffocato perché piangeva, per farlo stare zitto.

«Per strada incontro una vicina che mi chiede se il bimbo dormisse, le ho detto di sì. Non sapevo che dire.
Arrivo a casa, dico a mia madre di essere stata investita con Gabriel ma mamma non ci crede. E le dico la verità. Ero impaurita  - racconta ancora - Nicola diceva che se avessi parlato mi avrebbe fatto fuori: "Non parlare altrimenti fai la fine sua"». Donatella racconta della relazione, della gravidanza, del fatto che la sua famiglia non fosse contenta di un uomo già con moglie, compagna e figli. Delle promesse di Nicola di lasciare Anna, perché era innamorato di lei. Racconta delle uscite continue per avere rapporti intimi, anche davanti al bambino.

«E Gabriel, intanto, che faceva?» chiedono i pm Bulgarini e Maisto. «Giocava nei campi o mangiava la pizza» risponde Donatella, con la stessa naturalezza con la quale ha spiazzato tutti raccontando di come un giorno, in un campo a pochi passi da casa, ha ucciso il figlio perché piangeva. Per poi fingere di essere stata investita: un elemento cruciale, questo, nella perizia psichiatrica per definire Donatella capace di intendere e volere. Poi spunta anche il calzino trovato nel campo: «L'ho usato o prima o dopo: glie l'ho girato attorno al collo, mi sembra dopo. Non riesco a ricordare».

Per quanto drammatico si è rivelato il racconto della madre che quasi mima quei momenti difficili solo da immaginare, tutte le altre testimonianze sono passate in secondo piano. Come quella della vicina di casa che spesso teneva Gabriel. O di un altro vicino, proprietario dei tre quarti della struttura in cui vivevano, che ha ben dettagliato sull'auto notata da lui andare via dopo l'omicidio e su quella vista da un altro vicino. Poi nelle sue parole il dolore per l'arrivo di Gabriel dal campo tra le braccia della madre, ormai morto e i tentativi di rianimarlo. Venerdì prossimo a parlare sarà proprio l'imputato.