Corsi d'acqua a rischio esondazione, timori e ricordi della tragedia del 1993. Le alluvioni che stanno provocando morte e disastri nel Settentrione e nel Meridione d'Italia, incutono timore anche fra gli abitanti di Anagni, soprattutto fra chi risiede nelle periferie già colpite in passato da tragici eventi.

Correva l'anno 1993, e proprio all'inizio di ottobre un nubifragio che scoperchiò numerosi tetti provocò la morte di don Armando Trisinni, anziano parroco amato e rispettato. La pioggia torrenziale gonfiò le acque del torrente Rio, che straripò, inondando le campagne di Prato San Filippo.

Il bravo parroco, che era anche letterato e poeta, rientrava a casa dopo avere visitato alcuni fedeli a bordo della sua utilitaria. Le acque limacciose ghermirono la vettura e il poveretto trovò la morte nei gorghi del torrente, che scorreva a poche decine di metri dalla sua abitazione. Il Rio Mola Santa Maria inghiottì la palazzina che ospitava il vecchio mulino; un video mostra le acque che, dopo avere invaso il fabbricato penetrando dalle finestre, lo sradicarono dal suolo distruggendolo.

Oggi, molti temono il ripetersi di eventi del genere.
Sia il fiume Sacco, sia i corsi d'acqua minori, fino ai canali artificiali che formano la ragnatela al servizio dei campi da irrigare, si presentano in gran parte intasati.
Il Sacco, all'altezza della cascata tra Anagni e Sgurgola, è invaso da tronchi d'albero, che accatastandosi rischiano di formare una diga estremamente pericolosa.

Nei giorni scorsi, uno strano fenomeno aveva allarmato le guardie ambientali: nonostante il livello molto basso delle acque, la tubazione di scarico proveniente dalla zona industriale era invisibile perchè coperta. Praticamente il fiume, pochi metri dopo l'alveo al di sotto della cascata, era bloccato da una mole di tronchi d'albero. E questa piccola diga provocava l'innalzamento del livello dell'acqua. Invece appena qualche anno fa, la pioggia torrenziale innalzando il livello del fiume, aveva provocato la morte di numerosi capi di bestiame, le cui carcasse apparivano grottescamente sulla sommità della cascata.

Per non parlare dell'inquinamento: fuoriuscendo dall'alveo, le acque depositano sui campi circostanti le sostanze velenose che hanno decretato l'emergenza del 2005. Quindi, i canali gestiti dal Consorzio di Bonifica sono in gran parte pieni di erbacce e terriccio.
La loro estensione non consente la pulizia di cui necessitano, con effetti facilmente immaginabili in caso di prolungato maltempo.