Ingiunzione di pagamento e consumi contestati, due utenti del servizio idrico condannati a pagare dal tribunale. Il primo caso è una opposizione a un'ingiunzione di pagamento emessa dall'Acea Ato5 per 7.500 euro per tre fatture non pagate. La cliente ha eccepito il decorso della prescrizione e il fatto che l'ingiunzione fosse stata emessa da un soggetto di diritto privato, privo di tale potere. Per prima cosa il giudice monocratico del tribunale di Frosinone Simona Di Nicola ha evidenziato che «è infondata la censura... sulla carenza di potere della società Acea Ato 5» ad emettere l'ingiunzione. Il giudice ricorda che la società «è stata autorizzata... alla riscossione coattiva mediante ruolo dei crediti da essa vantati nei confronti degli utenti del servizio idrico integrato».

E ciò in quanto «il ministro dell'economia e delle finanze può autorizzare la riscossione coattiva mediante ruolo di specifiche tipologice di crediti delle società per azione a partecipazione pubblica, previa valutazione della rilevanza pubblica di tali crediti». Pertanto, argomenta il giudice, non ci sono dubbi «sulla legittimazione della società e sul suo potere di emettere il titolo». Sulla contestazione della firma sulla ricevuta della raccomandata, il giudice ha ritenuto «che non è sufficiente il disconoscimento della firma del debitore apposta sull'avviso di ricevimento della raccomandata», per cui si deve «presumere che l'atto sia giunto a conoscenza del destinatario, essendo pervenuto all'indirizzo dello stesso e non essendovi prova di una mancata ed incolpevole conoscenza». Rigettata l'eccezione sulla prescrizione.

La ricorrente è stata condannata oltre che a pagare le fatture anche a 2.400 euro di spese di giudizio.
Respinta dal giudice di pace una seconda opposizione alla ingiunzione, presentata da un altro utente del servizio idrico. Quest'ultimo ha contestato «la correttezza del calcolo della fornitura idrica» e con essa le fatture. Ma l'Acea ha depositato in giudizio le fotografie del contatore come prova del consumo addebitato. E dunque «in assenza di qualsiasi documentazione o certificazione che provasse il presunto difetto di fornitura» e senza una perizia di parte, il consumatore è tenuto al pagamento.